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Data Pubblicazione: 09/02/19
Pubblicato in: commercio
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Pubblicato su: AVVENIRE

C’è chi non arretra di un millimetro e si ostina a difendere a spada tratta il modello attuale, quello del “sempre aperto”. Ma, allo stesso tempo, c’è anche chi fa notare come la liberalizzazione selvaggia varata nel 2011 dal governo Monti abbia prodotto più danni e svantaggi per i lavoratori e le loro famiglie che benefici per i consumi e per l’economia in generale. Le imprese commerciali sono divise fondamentalmente in queste due fazioni sul tema delle chiusure dei negozi la domenica (e nelle festività). Sul punto è in corso un dialogo difficile tra “schieramenti”. Un confronto che si è intensificato a fine gennaio, dopo l’intesa trovata tra M5s e Lega su un testo base da discutere in commissione Attività produttive alla Camera (e poi in Aula) per essere trasformato in legge nei prossimi mesi. Ci sono stati una serie di incontri, di cui l’ultimo 48 ore fa, tra i rappresentanti delle varie realtà del commercio ma ancora non si è arrivati a una posizione unitaria. La conferma di una distanza non colmata è data dalle bocche cucite tenute dopo l’ultimo vertice dai partecipanti. Attorno a un tavolo si sono seduti rappresentanti delle principali associazioni del settore: Federdistribuzione, Gonad, Coop, Confcommercio e Confesercenti. L’annuncio di un intervento di revisione della deregulation del commercio ha reso indispensabile un’accelerazione. Quasi tutti i “big” sono fortemente critici sulla proposta del governo gialloverde che è stata incardinata in commissione. II testo prevede un massimo di 26 domeniche aperte all’anno (con deroghe per zone turistiche e nei centri storici) e la chiusura obbligatoria nelle 12 festività nazionali (laiche e religiose), di cui 4 derogabili su scelta delle Regioni, che potranno scegliere in base alle esigenze del territorio. Previste alcune deroghe per i negozi che si trovano nei centri storici: potranno rimanere aperti tutte le domeniche, ma non nelle festività nazionali (Capodanno, Epifania, Pasqua e Pasquetta, Liberazione, festa del Lavoro, della Repubblica, Ferragosto, Ognissanti, Immacolata concezione, Natale e Santo Stefano). Deroghe simili sono previste anche per i negozi di vicinato, anche se fuori dal centro storico. Proprio sulle deroghe intravedono margini di manovra alcuni sindaci delle grandi città italiane e i colossi della Grande distribuzione che puntano a tenere alzate le saracinesche dei loro punti vendita il più possibile. Anche ieri, in occasione della presentazione della ricerca “Miti dei consumi, consumo dei miti”, l’amministratore delegato di Gonad, Francesco Pugliese, ha ribadito la sua contrarietà alle chiusure domenicali: «Un terzo degli italiani acquista la domenica e non si può fare una stima sull’incidenza sui consumi dal 2011 in poi perché va tenuto conto dell’effetti della crisi economica». In caso di stretta alle aperture nell’ultimo giorno della settimana, secondo Pugliese, sarebbero a rischio tra i «30mila e i 60mila posti di lavoro». Non tutti però, come si diceva, intravedono conseguenze catastrofiche in caso di revisione “soft” al sistema delle aperture 7 su 7. Da un’analisi condotta da Confesercenti a partire dai dati dell’Istat e del ministero dello Sviluppo economico, la liberalizzazione Monti non ha infatti portato la crescita dei consumi che era stata promessa ma ha accelerato le chiusure dei negozi: tra il 2012 ed il 2018 sono sparite quasi 56mila attività di piccole dimensioni. Il testo base condiviso da M5s e Lega, ha commentato nei giorni scorsi il segretario generale di Confesercenti Mauro Bussoni, «segna un passo in avanti rispetto ai disegni di legge precedenti, eccessivamente restrittivi, ma c’è ancora strada da fare, in quanto occorre fare di più contro la concorrenza sleale del web e sul fronte delle politiche attive per la tutela degli esercizi di minori dimensioni». L’esame del provvedimento riprenderà mercoledì in commissione.

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