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Data Pubblicazione: 30/11/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

ROMA In una situazione che già si regge sul filo, ecco Di Maio arrivare con le forbici in mano giocando su un rinnovato asse con Di Battista. Il leader grillino indica la strada più bellicosa, rilasciando dichiarazioni destinate a rendere più complicata la mediazione sulle due questioni che rischiano di fare inciampare l’esecutivo: il fondo salva-stati (Mes) e la prescrizione. Sì, perché il capo politico M5s lancia l’ennesima sfida. Va giù secco sul Mes: «L’accordo deve essere migliorato». Ma è anche più tassativo sulla prescrizione: «La riforma va in vigore a gennaio. Spero che nessuno in maggioranza ci riporti ai tempi di Berlusconi». Ora: sul meccanismo europeo di stabilità il momento della verità non sarà lunedì a Montecitorio; lì il premier si limiterà a un’informativa che non prevede il voto, tornando a rilanciare la «logica del pacchetto» con l’Unione bancaria. Certo, se all’Eurogruppo del 4 dicembre Conte non riuscirà a strappare un provvidenziale rinvio del giudizio finale, al Senato il 10 la musica sarà diversa. Mozioni e obbligo di scelte chiare saranno inevitabili. La bomba prescrizione è persino più esplosiva. Prima di Natale dovrebbe arrivare in commissione il disegno di legge Costa (FI) che cancella la riforma voluta dai 5 Stelle. Buona parte del Pd non esclude di approvare il testo in commissione per trattare da una posizione di forza con gli alleati prima del passaggio in Aula. Ma il solo voto in commissione sarebbe devastante, forse fatale specie dopo il proclama di Di Battista: «Io voterei contro il Mes, ma se il Pd votasse con Forza Italia, M5s non potrebbe portare avanti il governo». Ragion per cui Zingaretti già stempera: «Se si assicurano tempi certi ai processi, noi non facciamo problemi». I guai non finiscono qui: nei travagliati rapporti tra i due partiti, si è aperto un terzo fronte: l’Autonomia. All’attacco, stavolta c’è un fedelissimo di Fico, Luigi Gallo che stoppa la proposta di inserire la legge quadro del ministro Boccia (Pd) in manovra: «Il testo non è condiviso». Netto Marcucci: «Se M5s seguisse le indicazioni di Di Battista, sarebbe un problema insormontibile per il governo». E seppure, come molti ritengono, l’esecutivo riuscirà a scampare alle tre trappole, la situazione resterà fragilissima. Perché i dioscuri grillini navigano in direzione opposta a quell’alleanza con il Pd che fornirebbe al governo un terreno solido e una ragion d’essere. Significativo il fatto che, dopo l’intervento di Grillo nel quale i democratici avevano riposto molte speranze, il volume di fuoco anziché calmarsi si sia moltiplicato. In particolare, non è sfuggito al Nazareno, dove si allarga il sospetto che la coppia M5s miri a provocare la crisi su un tema identitario come la prescrizione, per arrivare alle urne limitando i danni magari prima che entri in vigore il taglio dei parlamentari. In questo modo, riuscirebbero a portare alla Camera e al Senato parecchie decine di eletti. Come se non bastasse, un po’ per le divisioni un po’ per imperizia, il governo versa in una condizione vicina alla paralisi: dalla legge di bilancio al decreto clima, tanti sono i provvedimenti fermi in Parlamento. «E il governo di Enrico Letta cadde perché non si riusciva andare avanti e chiudere sui decreti», ricorda un ex ministro. E così, le tensioni tenute a bada dall’obbligo di approvare la manovra rischiano di esplodere dopo il varo.

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