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Data Pubblicazione: 30/11/19
Pubblicato in: Fisco e Tasse, Investimenti
Scritto da: Bruno Villois
Pubblicato su: Libero

Il modello economico Paese è basato su oltre 5 milioni di imprese, direttamente e indirettamente da loro derivano occupazione, tasse, contributi previdenziali. Meno di un quinto sono società di capitali, il restante di persone o individuali, sparuto ma consistente il gruppo di imprese non profit e quindi esautorate dalla tassazione. Il capitale di rischio, cioè quello conferito sotto forma di capitale e quindi garantito verso i terzi, viene versato quasi sempre solo nei limiti di legge, ed è obbligatorio solo per le imprese di capitali, i cui soci o azionisti ne rispondono direttamente in caso di default. Le società di persone rispondono di ogni loro azione con i beni propri sia che siano messi a garanzia o che non lo siano. Il patrimonio complessivo, capitale sociale e beni dell’impresa, costituisce l’elemento garante nei confronti del credito e sovente dei fornitori e proprio la sua carenza o intangibilità fa scattare la difficoltà ad ottenere finanziamenti bancari anche a chi ha i conti in ordine e buone aspettative sul mercato in cui opera, ma il capitale di rischio è basso e il patrimonio essenzialmente è basato su beni destinati all’impresa, nel caso di rallentamento economico, scricchiolano le condizioni da parte delle banche per poter elargire o confermare affidamenti, condizione che innesca difficoltà ad investire e sovente anche solo a tenere la barra dritta per evitare di finire nelle secche. Fino a prima della crisi sistemica, gli istituti di credito spingevano le imprese ad indebitarsi, sapendo delle debolezza patrimoniali, inserivano dei sottostanti, i famigerati derivati, che nel momento della crisi si sono rivelati fatali per tanti piccoli e medi imprenditori, che poco consapevoli delle caratteristiche dello strumento si sono visti moltiplicare il debito. Adesso i derivati, almeno da noi, sono finiti in soffitta e le banche si basano sui fondamentali. Ma spesso manca il capitale di rischio e l’indebitamento è troppo alto. La politica, di ogni colore, ha sempre sottovalutato questa situazione a tal punto da non incentivare il conferimento di capitale di rischio, premiando viceversa l’indebitamento bancario con la deducibilità degli interessi. Un errore madornale, indicatore di rischio elevato per la tenuta della maggioranza delle Pmi sotto forma di capitale. Mentre le altre imprese di persone mettendo a garanzia beni propri, quasi sempre non attinenti l’impresa. Ma non si salva l’imprenditoria inchiappettando chi nella vita ha lavorato per costituirsi un proprio gruzzolo, essenzialmente sotto forma immobiliare, vendendo all’asta i sacrifici di una vita, nel caso non sia in grado, magari per responsabilità del mercato, di far fronte alla richiesta di rientro da esposizione debitoria. La Lega, da sempre molto vicina alle Pmi, dovrebbe fin da oggi, farsi carico di una proposta che premi, con la detrazione fiscale, chi conferisce capitale nell’impresa, in modo da abbattergli il rischio. Una crescita del capitale conferito favorirebbe una ma ore erogazione del credito da finalizzare agli investimenti, componente che da noi risulta particolarmente deficitaria o almeno fortemente rallentata.

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