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I mercati accendono i motori del rimbalzo. «La scintilla sarà l’accordo su dazi e Brexit»

Un accordo tra Usa e Cina sui dazi che metta fine alla guerra commerciale e una Brexit meno traumatica sembrano alla portata. L’esito positivo di queste due vicende basterà a fare rimbalzare i mercati? «Attualmente la risposta del mercato a questa domanda sembra propendere verso un sì, ma questo stato di cose potrebbe cambiare se i dati economici dovessero deludere in futuro», risponde François Rimeu, senior strategist del gestore patrimoniale La Française AM.

Febbre alta da spread. È il rischio instabilità

ROMA Risale la febbre da spread. Il differenziale tra Btp e Bund ha chiuso ieri a 145 punti, dopo aver toccato un massimo di seduta a quota 150, il livello più alto dal 12 settembre scorso. Segno che la vicenda Ilva e le sue possibili conseguenze sulla tenuta della maggioranza giallorossa stanno già mettendo in allarme gli investitori

Industria al palo, mini ripresa nel 2020

Novecento miliardi. Soglia interessante solo in termini simbolici, tuttavia, perché anche se i ricavi dell’industria riusciranno a superarla nel 2019, il passo avanti sarà minimo: appena lo 0,4%in valori correnti, la metà tenendo conto dell’inflazione. Risultati, quelli presentati nel rapporto-analisi dei settori industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia, lontani anni luce dalle performance precedenti, che ancora nel 2017 vedevano la manifattura scattare in avanti di oltre tre punti. Difficile del resto fare meglio, in un contesto che oltreconfine vede tensioni crescenti in termini geopolitici e commerciali mentre a casa nostra a mancare all’appello sono gli investimenti. Scenario non brillante, che tuttavia trova le imprese italiane meglio attrezzate rispetto al passato. «L’irrobustimento è evidente sotto più aspetti – osserva il chief economist di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice – perché oggi vediamo in media aziende meno indebitate, con una redditività crescente e livelli di liquidità importanti sui conti bancari.11 che, tuttavia, segnala anche unagrande incertezza nelle scelte di investimento». Incertezza acuita nella fase attuale non solo dalle difficoltà delladomanda interna ma anche dal rallentamento del commercio internazionale. Che coinvolge numerose aree e in particolare il nostro primo partner. la Germania Frenata in particolare dalla caduta della produzione di auto (-u% nei 9 mesi), che oltre a zavorrare l’intera economia di Berlino (l’auto vale 1121% delvalore aggiunto manifatturiero tedesco) genera ampie ricadute negative nella componentistica tricolore. Ponendo a loo il valore aggiunto dell’auto tedesca l’Italia è infatti al primo posto tra i singoli paesi “contributori”, con una quota media del 2,4% che supera quella di Francia, Polonia, Cinae Stati Uniti. Livello complessivo che per singoli settori è decisamente più elevato: sale al 5,6% per la filiera dei metalli, al 6,8% nella meccanica, supera il 17% nell’area dei tessuti e della pelle, davanti agli stessi componentisti tedeschi. Se limitiamo l’analisi al solo settore auto in effetti l’impatto per l’Italia è potenzialmente pesante, con le vetture tedesche a valere in media il 20% del valore aggiunto rispetto al totale dell’automotive mondiale. Se lavori solo in quel comparto, in sintesi, un quinto del tuo mercato in questo momento sta rallentando in modo evidente, solo per effetto di ciò che accade a Berlino. L’auto, tuttavia, non esaurisce i settori di sboccodei nostri produttori e allargando lo sguardo all’intero mercato mondiale, per tutti i settori produttivi, si scopre in realtà un impatto molto meno marcato, con l’auto tedesca a rappresentare in questo caso in media l’l%del nostro valore aggiunto. Solo nella filiera della metallurgia si arriva a livelli più elevati, non superando tuttavia la soglia del 2%. Diversificazione produttiva e geografica che consente agli analisti di guardare al futuro con una relativa dose di ottimismo, ipotizzando per il 2020 una crescita dei ricavi industriali dell’1,1%a valori costanti. Un balzo rispetto al 2019, anche se quasi la metà rispetto alla performance realizzata nel periodo 2014-2018. Farmaceutica, elettrotecnica e largo consumo sono visti come i tre settori più promettenti, mentre in coda alla classifica, pur con performance positive, troviamo alimentari, sistema moda ed elettrodomestici. Uno scenario mediamente positivo che presuppone tuttavia uno stop all’escalation delle schermaglie commerciali che coinvolgono Stati Uniti, Cina ed Europa L’export potrà così continuare ad essere un motore di crescita e nelle previsioni sarà in gradodi progredire del 2,4%, sviluppando nel 2020 un avanzo commerciale vicino ai 94 miliardi di euro. «I dazi certo non aiutano – spiega la partner di Prometeia Alessandra Lanza- ma va detto che le nostre produzioni si concentrano in nicchie di alta qualità, dove la difesa delle quote di mercato può essere più agevole, anche se la pressione sui margini si farà sentire». Redditività che ad ogni modo per l’industria continua a mantenersi su livelli positivi, con margini operativi lordi sistematicamente superiori al 9%.

Industria, il «male tedesco» La liquidità resta ferma

Germania, auto, dazi. Il lessico delle previsioni dell’andamento dell’industria italiana segue un sentiero obbligato indotto dai timori e dalle preoccupazioni legate all’evoluzione del manifatturiero tedesco, alla riconversione dell’auto verso l’elettrico e dai provvedimenti figli delle guerre commerciali della fine degli anni Dieci. Prometeia e Intesa Sanpaolo hanno offerto ieri le loro previsioni sulle tendenze dell’industria italiana e non hanno potuto non utilizzare quel lessico. Il 2019 che volge al termine è stato sicuramente uno di quegli anni che ci siamo abituati a catalogare come orribili con un debole +0,2% di fatturato a prezzi costanti, il zozo dovrebbe segnare una leggera risalita a +1,1% destinata a proseguire anche l’anno successivo (+1,4%). Per Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, è il segno di «una resilienza e di una forza in termini di redditività» dell’industria italiana che «ha una struttura patrimoniale più forte di ieri», ma le sue previsioni si basano tutto sommato su uno scenario relativamente ottimistico. Scontano in positivo una ripresina degli investimenti, un’interruzione della guerra commerciale tra Washington e Pechino e soprattutto uno stop alle intenzioni americane di applicare dazi anche ai prodotti europei, segnatamente le auto tedesche. E quando si parla di prospettive di crescita si torna a sottolineare giocoforza la centralità del settore dell’automotive. Se le vendite di Panda hanno marcato la ripresina italiana 2016-18, oggi dipendiamo in maniera significativa dall’andamento dell’industria dell’auto tedesca e in seconda battuta dal timing della transizione tecnologica verso il motore elettrico. I dati di Prometeia e Intesa ci dicono che la nostra industria delle componenti contribuisce per 112,4% alla locomotiva tedesca — e il dato non è eclatante — ma se guardiamo al peso del mercato di sbocco tedesco per l’automotive made in Italy arriviamo a quota 20%. Basta fare un sommario elenco dei distretti interessati per averne piena contezza: gravitano più di altri sulla Germania la gomma-plastica del Sebino Bergamasco, la concia di Arzignano, i metalli di Brescia, la meccanica strumentale di Bergamo e la metalmeccanica di Lecco. E se la produzione industriale tedesca perde oltre 4 punti tra gennaio e agosto `19, come è accaduto, le conseguenze sul nostro sistema distrettuale sono pesanti. Ma oltre ad osservare l’andamento tedesco e le intenzioni di Trump cosa possiamo fare? Resta ancora tra parentesi la definizione di una politica industriale per l’auto: il ministro Stefano Patuanelli ha promesso la convocazione di tre gruppi di lavoro, ma le date non sono ancora note. E 11 tempo è una risorsa scarsa. In attesa di notizie da Roma (e da Bruxelles), molto ci si può attendere sul fronte delle imprese. La ricetta è semplice: più investimenti privati. Spiega De Felice: «Non potremo continuare a esportare così bene ed essere efficaci senza anche un ammodernamento degli impianti. Veniamo da un paio d’anni di dinamica degli investimenti troppo debole». E aggiunge Alessandra Lcsinza, partner di Prometeia: «E vero che le imprese si presentano molto più solide all’appuntamento di una congiuntura difficile. Hanno tutte ridotto l’indebitamento, ma a questo punto hanno una grande riserva di liquidità che devono tornare a investire». *** Italia e Germania unite dall’auto Quanto c’è di Italia nell’industria tedesca delr automotive (i settori manifatturieri, in % sulla produzione di autoveicoli) Metallurgia Componenti Meccanica Altri intermedi Altri settori manif. Elettrotecnica Chimica Sistema moda Elettronica 0 20 Forte Prometeia – Intesa Sanpaolo Dove la Germania compra i pezzi per le sue vetture (contributo in % per singoli paesi) Italia Francia Polonia Cina Stati Uniti Paesi Bassi Austria Regno Unito Rep. Ceca Russia Spagna Belgio Ungheria Turchia ?

Fca-Peugeot, prove di fusione per un gigante da 45 miliardi

Nessun commento. Ma nessuna smentita. E’ questa la linea scelta da Fca e Peugeot per rispondere alla indiscrezioni del Wall Street Journal su un possibile matrimonio tra le due case automobilistiche. Già oggi, però, sempre secondo indiscrezioni di stampa, il consiglio di amministrazione di Psa Group si riunirà per discutere di una possibile fusione. E domani è già convocato il cda della società italo-americana.

Germania in recessione, è ufficiale

La Germania è probabilmente già in recessione, ma non sarà una recessione profonda. Sarà negativo anche il terzo trimestre dell’anno, avverte la Bundesbank, dopo il -0,1% del secondo trimestre. Se il Pil tedesco ha davvero concatenato due trimestri consecutivi con il segno meno, come preannuncia la banca centrale, la locomotiva d’Europa è dunque in recessione tecnica.