Seleziona una pagina
Data Pubblicazione: 07/11/19
Pubblicato in: Lavoro, Politica
Scritto da: Alessandro Farruggia
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

«Questo Paese non si fa prendere in giro. Su questo tema il governo marcerà compatto ma io chiedo di più: che il Paese marci compatto. Confido che anche le forze di opposizione ci seguiranno. Siamo determinati a difendere col massimo vigore, col più intenso impegno e a fare tutto quello che è necessario per difendere Ilva e Taranto. Non lasceremo soli gli operai». È un Giuseppe Conte scuro in volto quello che arriva in sala stampa di palazzo Chigi a tarda sera, dopo un lungo confronto con ArcelorMittal andato malissimo e tre ore e mezzo di Cdm. E Conte va giù duro. «Come prima questione ho posto il tema dello scudo penale, l’ho offerto, ma è stato rifiutato. Sono tornato a insistere. Ho chiesto se c’era disponibilità a riaprire il tavolo. Ma nessuna nostra richiesta è stata accettata. Perché è emerso chiaramente nella discussione che non è lo scudo penale la causa del disimpegno dell’azienda. Il tema vero è che Mittal ritiene gli attuali livelli di produzione non riescono a remunerare gli investimenti. È un problema puramente industriale». Il governo è assolutamente disponibile ad un negoziato, l’offerta di un decreto che chiarisca l’esistenza di uno scudo penale per aziende impegnate in risanamenti come quello Ilva resta sul tavolo, e non è un punto da poco perché spacca la maggioranza di governo, state la presenza di una trentina di “duri e puri“ pentastellati pronti a non votarlo. Lo scudo è stato caldeggiato dal Pd e Conte, come Patuanelli, si è convinto che è il male minore anzi è utile perché toglie ad ArcelorMittal un alibi. Ma ammesso e non concesso che sullo scudo la maggioranza si ricompatti, Conte sa che non basta. Vuole che l’azienda sgombri il campo dalle ipotesi attuali, ovvero la riconsegna degli impianti o la drastica riduzione dell’occupazione. «E’ scattato un allarme rosso. Ci siamo resi disponibili ad aprire una finestra negoziale 24 ore su 24 e nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere addossata al governo. Di certo non è accettabile – dice – lasciare 5 mila lavoratori e quindi 5 mila famiglie senza lavoro e senza futuro». Il premier dà ad ArcelorMittal 48 ore di tempo per ripensarci, perchè è convinto che la posizione della multinazionale sia inaccettabile. Confida che i vertici del gruppo «possano ritornare al nostro tavolo, perché ci ritorneranno, con delle proposte plausibili». Che non sono quelle presentate al tavolo, che al governo paiono strumentali per rompere a prescindere. «Voglio misurare le parole. Nessuno – ragiona Conte – ha costretto ArcelorMittal. Questo Paese se fa una gara pubblica, è un paese serio, un paese del G7. Chi viene ha avuto il tempo di entrare in una data room, di aver fior di consulenti e di advisor, per fare una verifica giuridica industriale contabile. Nessuno lo ha costretto a partecipare a una gara. Oggi chiediamo che ci sia il rispetto del piano industriale, che ci sia rispetto del piano ambientale». Il futuro è carico di incognite perché, chiosa Conte «al momento non c’è soluzione». Ora come ora la cosa più concreta, ha detto Conte, «è richiamare alla responsabilità i vertici di ArcelorMittal» ma «dobbiamo anche cercare strade alternative se la rigidità dell’azienda si confermasse: non rimarremo inerti».

Print Friendly, PDF & Email


TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA

Print Friendly, PDF & Email