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Data Pubblicazione: 14/08/19
Pubblicato in: Aziende, Economia
Scritto da: Bruno Villois
Pubblicato su: Libero

C’era una volta un Italia che veleggiava e i suoi simboli non erano solo culturali, ma anche imprenditoriali. L’Alitalia era una delle prime compagnie aeree mondiali, Olivetti anticipava il resto del globo nell’innovation tecnology, la Lancia produceva le ammiraglie alla pari di Mercedes, Pininfarina, Giugiaro e Bertone carrozzavano le più belle auto del mondo, Singer, Ignis, Zanussi, Perugina, Alemagna, Motta primeggiavano nei loro settori, la moda italiana stava scalando posizioni mondiali e lo stesso faceva l’interior design. Intorno a ciascuno di loro, e a molti altri, c’era un indotto formidabile, fatto da Pmi e artigianato, invidiato da tutto il globo. Oggi di tutto questo si ricordano solo coloro che hanno i capelli brizzolati. In questa perdita, declassamento e spogliazione sta uno dei ma vi ori responsabile della nostra non crescita degli ultimi 20 anni, stabilente inferiore di almeno 1 punto e mezzo alla media dei nostri alleati-competitor europei. Vero che una parte, circa 10mila imprese su oltre un milione di società di capitali, ha saputo conquistare fette rilevanti di export mondiale, arrivando anche ai 3/4 delle produzioni, però sovente all’estero e basate su società locali che non consolidano nella capogruppo, oppure come Fca hanno sede legale, fiscale e per la contrattazione sindacale, direttamente in Paesi, le cui normative tributarie e burocratiche sono molto più accomodanti delle nostre. In questo stravolgimento industriale si trova uno dei ma v i ori imputati della nostra sempre più faticosa situazione economia. A determinarla, favorendo la fuga dall’Italia, ci ha pensato la politica di ogni colore e tempo, non solo quella degli ultimi 4 o 5 decenni, ma l’intera classe politica del dopoguerra, fatta eccezione per il periodo craxiano in cui c’era una vision da grande Paese, peccato per i gravi peccati che ne contomavano la grande visione. A fare la differenza in positivo è rimasta la componente culturale soprattutto in alcune delle proverbiali sfaccettature che la compongono. Gli straordinari Musei di arte antica, la Scala, l’architettura di città e borghi, unica al mondo, gli innumerevoli monumenti, le grandi basiliche. Passi un po’ avanti e un po’ indietro sono stati compiuti da alcuni Atenei, ma quelli con ranking internazionale rimangono poco più di una decina, una grande minoranza confrontati agli oltre 200 esistenti. Le 10/12 affermate difettano di mezzi finanziari, non avendo saputo il legislatore stabilire norme sulla protezione dell’ingegno e sulla sua divulgazione e redditività, in danno allo sviluppo. Alle soglie di una nuova legislazione o di un nuovo esecutivo, i tre temi cardine citati neppure si accenna, anzi la demagogia dei Cinque Stelle le abiura, il percorso leghista ha una vision insufficiente per rispondere alle sfide della globalizzazione e il Pd resta ancorato ad un malinconico “vorrei ma non posso”, fatto di contraddizioni permanenti, tra classe operaia da una parte e radical cultural chic dall’altra, da cui dipendono le maggiori responsabilità del decadimento Paese. Alla Lega l’opportunità di abbandonare lo schema del “piccolo e bello”e puntare a creare le condizioni Paese per un deciso complessivo salto verso l’intemazionalizzazione.

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