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Data Pubblicazione: 09/02/19
Pubblicato in: Economia
Scritto da: Alessandro Farruggia
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

«IL DANNO è enorme. Il gesto è inaudito tra due Paesi amici come l’Italia e la Francia. Ma mi duole dire che è tutto sommato comprensibile, vista l’escalation di accuse contro la Francia frutto di un nazionalismo mal interpretato. Il richiamo dell’ambasciatore non è affatto sorprendente, vista la tensione che si era accumulata. Ed è la premessa, temo, per delle conseguenze che rischiamo di vedere nei prossimi mesi». L’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, diplomatico dal 1972 al 2013, oggi presidente Iai, già rappresentante permanente italiano a Bruxelles e poi nel 2014 commissario Ue, è molto preoccupato per la crisi in atto. Ambasciatore, quali conseguenze possono esserci? «Reazioni molto puntuali su alcuni dossier attualmente all’esame dei due governi. Da Alitalia a Stx/Fincantieri fino alla Tav, per la quale il governo francese, se l’Italia decidesse davvero di ritirarsi dall’accordo bilaterale, potrebbe chiederci la restituzione del costo degli investimenti già fatti oltralpe. La crisi può avvitarsi su se stessa con effetti a catena ancora oggi sconosciuti». Quanto tempo potrebbe durare il richiamo dell’ambasciatore? «Molto dipende da che cosa vorrà fare il governo italiano. Non bastano le battute di Salvini o la lettera di Di Maio a Le Monde. Spero e mi auguro che, anche grazie alle pressioni discrete ma efficaci del Quirinale, ci sia un passo da parte del capo dell’esecutivo. È lui che deve prendere un’iniziativa politica per riannodare i fili di un dialogo che deve essere ripreso quanto prima. Noi non possiamo permetterci una crisi così». Viste le ultime dichiarazioni di Di Maio («non c’è nessuna lite, rivendico il diritto di collaborare con le forze politiche francesi») e Salvini («la polemica è finita, badiamo ai fatti, la Francia ci renda i 15 terroristi italiani che si trovano lì in vacanza e abbatta il muro di gomma antimigranti che han posto a Ventimiglia») non pare che si vada in questa direzione. «Nessuna delle due dichiarazioni mi pare destinata a creare le condizioni per una rinormalizzazione tra Roma e Parigi. Anzi». Tutta colpa della campagna elettorale per le Europee? «Non c’è dubbio che tutto si spiega con la campagna elettorale, anche alcune uscite fuori dai ranghi da parte francese. Ma ci dovrebbe essere un limite. Non ho mai visto una campagna elettorale produrre effetti così disastrosi per la proiezione internazionale del nostro Paese». Magari il confronto duro fa comodo a tutti, da Salvini a Di Maio a Macron… «Possibilissimo. Ma non è detto che quello che fa comodo a un leader politico faccia poi comodo anche ai due Paesi. La conquista di qualche voto rischia di lasciare delle macerie, di danneggiare i nostri interessi nazionali». Tra Italia e Francia ci sono però divergenze importanti su dossier chiave, basti citarne due: Libia e immigrazione. «Sulla Libia non c’è dubbio: non c’è accordo sul da farsi e probabilmente ci sono obiettivi diversi, ma tra alleati si discute. Parimenti non c’è dubbio che si sono stati problemi sull’immigrazione, in buona parte per alcune reazioni esagerate dei francesi nei nostri confronti quando il loro record in maniera di accoglienza lascia molto a desiderare. Ma sul tema immigrazione, se ci si parlasse invece di insultarsi, ci potrebbero essere molti interessi convergenti». Tipo? «Entrambi i Paesi hanno interesse al controllo dei flussi e alla stabilizzazione della regione mediterranea. E comunque, se si ragionasse serenamente forse ci si renderebbe conto che una strumentale polemica elettorale non giustifica un danno serio alla nostra politica estera, che su molti dossier vive oggi un momento di grave confusione. Basti pensare al Venezuela dove ci siamo isolati dai partner occidentali con una leggerezza imperdonabile…».

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