Seleziona una pagina
Data Pubblicazione: 14/01/20
Pubblicato in: Fisco e Tasse
Scritto da: Valentina Conte
Pubblicato su: LA REPUBBLICA

ROMA – Prende corpo l’ipotesi di ridurre le tasse a 15 milioni di italiani. A partire da luglio, i lavoratori dipendenti che dal 2014 incassano gli 80 euro al mese passerebbero a 100 euro tondi: una “quota 100” questa volta non previdenziale. E il ceto medio sin qui escluso dal bonus ne prenderebbe 80 euro fino a 35 mila euro di reddito dichiarato. Per poi scendere fino all’azzeramento – con décalage più o meno ripido – dai 35 mila ai 40 mila euro. Per quasi tutti i beneficiari si tratterebbe di una detrazione fiscale. Ma il governo potrebbe anche essere tentato dal colpo unico: un “superbonus vacanze” erogato nella busta paga di luglio da 120 o 480 euro a seconda delle fasce. Ne discuteranno imprese e sindacati convocati venerdì dal ministro Pd dell’Economia Roberto Gualtieri. Sul tavolo il fondo stanziato in legge di bilancio da 3 miliardi, che salgono a 5 miliardi nel 2021. Il ministro auspica di ripartire questi soldi con un decreto entro il mese di gennaio. Tutto dipenderà dalla sintesi politica da trovare in maggioranza. E poi da condividere con le parti sociali. Il viceministro M5S all’Economia Laura Castelli chiede già a Gualtieri un incontro per fissare una linea unitaria prima del confronto di venerdì. «Noi abbiamo una nostra proposta e idee ben chiare», dice. I Cinque Stelle puntano a inserire il taglio del cuneo fiscale – la riduzione delle tasse in busta paga – in un discorso più ampio di riforma dell’Irpefche prevede il passaggio delle aliquote da 5 a 3. In ogni caso guardano con maggior favore a una redistribuzione dei soldi a disposizione verso il ceto medio – dai 26.600 euro in su – lasciando fuori quanti oggi beneficiano già degli 80 euro e anche gli incapienti, i lavoratori poveri che non prendono gli 80 euro, guadagnano meno di 8.174 euro all’anno e per questo non pagano tasse, ma sono in parte raggiunti dal reddito di cittadinanza. Nel Pd c’è però chi soppesa una terza ipotesi di intervento che escluda anche qui i lavoratori con gli 80 euro, ma favorendo chi sta prima e chi dopo: i 4,6 milioni di incapienti (dai quali perb escludere necessariamente chi prende il reddito di cittadinanza) e altri 4,3 milioni con reddito tra 26 mila e 40 mila euro o più realisticamente (date le risorse) i 3,4 milioni di lavoratori tra 26 mila e 35 mila euro. La scelta è solo in parte contabile. Il dilemma sembra piuttosto politico. Compiacere una platea più ampia pub comportare la polverizzazione dei fondi e il rischio “pizza e birra” come ai tempi dei 12 euro al mese del governo Letta. I 3 miliardi a disposizione poi – da spalmare da luglio a dicembre – sembrano già risicati per alzare gli 80 euro a 100 e darne 80 agli altri. Salire sopra i 35 mila euro di reddito – come platea – potrebbe comportare soldi aggiuntivi da trovare. La stessa legge di bilancio non lo esclude quando parla «di risorse eventualmente incrementate». Difficile per quest’anno. Obbligatorio per il prossimo quando i 5 miliardi dovranno per forza diventare 6, il doppio di ora visto che si passa da sei mesi a un anno intero di fruizione del beneficio. C’è poi un dettaglio tecnico. Tagliare le tasse con una detrazione non sarà possibile per tutti: i redditi fino a 12-15 mila euro potrebbero finire nell’incapienza (per la somma delle detrazioni). Per loro meglio lasciare il credito, così come è oggi il bonus da 80 euro.

Print Friendly, PDF & Email


TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA

Print Friendly, PDF & Email