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Data Pubblicazione: 05/07/19
Pubblicato in: Occupazione
Scritto da: Antonio Troise
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

UN PAESE alla ricerca della pausa retribuita. Per un caffè, un cappuccino, un aperitivo. Ma anche per cambiarsi la tuta o infilarsi un camice, per andare e tornare dal lavoro. Per non parlare dei break fisiologici, quelli a cui non si comanda. Insomma, una guerra permanente fra eserciti di sindacalisti e capi del personale, che si combatte per lo più nelle aule dei tribunali. Per farla breve, il caso dei trecento infermieri dell’Asl di Macerata, che si sono visti riconoscere un maxi risarcimento di 750mila euro di arretrati per i venti minuti di lavoro in più al giorno necessari per infilarsi e togliersi il camice bianco, non è affatto isolato. Anzi, sta diventando la regola. Con il rischio di mettere in crisi i bilanci delle aziende.
QUALCHE mese fa, a Bari, il Tribunale ha condannato l’Asl a risarcire 13 dipendenti per oltre 165mila euro. Motivo? Semplice: non era stato retribuito il ‘tempo tuta’, ovvero i 20 minuti necessari per svestirsi dagli abiti borghesi e indossare quelli da lavoro. A fare da apripista sono state le sentenze della Cassazione. La sostanza è che le aziende devono pagare se la divisa è obbligatoria (per esempio, per ragioni igieniche o sanitarie) e se ci sono rigide prescrizioni «sui tempi e i modi della vestizione». Fra le categorie dove il ‘cambio-tuta’ è imprescindibile ci sono gli uomini e le donne delle forze dell’Ordine. Il Siap della Liguria, il sindacato della Polizia, ha presentato un ricorso al Tar contro il ministero dell’Interno. Obiettivo: far remunerare 56 poliziotti per il tempo necessario a indossare la divisa prima e dopo il servizio lavorativo. In tutto, quaranta minuti, il doppio degli infermieri. Ci sono poi i metalmeccanici di un’azienda ligure che avevano cercato di farsi pagare non solo il tempo per indossare la tuta ma anche quello per la doccia a fine turno. I giudici, però, non ne hanno voluto sapere. E la richiesta è stata respinta.
NON BASTA. Per anni i sindacati hanno combattuto per veder riconosciuti tempi e spese del tragitto fra casa e lavoro. Richiamando, tutte le volte, la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha riconosciuto il ‘diritto a un risarcimento’. In generale, la legge italiana riconosce un break di dieci minuti per chi ha un orario di lavoro superiore alle sei ore. Ma anche qui non mancano i paradossi. Come il vigile urbano di Roma che ha reinterpretato la norma decidendo di leggere un giornale nel bel mezzo di un ingorgo. Per difendersi ha sostenuto di aver voluto usufruire di un ‘riposino’ per recuperare energie durante l’orario di lavoro. Si è beccato un giorno di sospensione, confermato nei tre gradi di giudizio.
C’È, INFINE, l’eterna guerra al ‘cappuccino selvaggio’, oggetto di svariate crociate di quasi tutti i ministri della Funzione pubblica. Con l’ultima riforma Madia, varata durante il governo Renzi, si sono fissate le regole per la pausa-caffè. Ma non tutti le hanno applicate con buon senso. A Belluno, il comandate della Caserma degli ex Forestali ha deciso di abolire tutte le pause. E non solo quelle ‘ristoro’. I sindacati sono insorti. La catena Carrefour aveva fissato una ‘pausa-pipì’ per ogni turno. La Oerlikon Graziano di Bari aveva previsto soste collettive e pre-fissate per tutti: due break da 9 minuti a turno per il ristoro, le sigarette e perfino per il wc. Retribuite, certo. Ma, sicuramente, poco pratiche.

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