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Data Pubblicazione: 26/05/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

A UN SOFFIO dall’apertura delle urne le Europee contano già una vittima certa: il codice delle regole che viene violato da tutti, sia per quanto riguarda il silenzio elettorale sia per la diffusione dei sondaggi. Né potrebbe essere diversamente tenendo conto che sono regole pensate per una comunicazione via stampa e tv in una fase in cui lo strumento principale dell’informazione è invece la Rete. Ma stanotte la principale candidata a essere la prossima vittima è la stabilità di governo. A meno che, naturalmente, le previsioni non siano smentite, con grande conforto di Conte. Vero è che i pronostici sono sempre aleatori e l’affluenza un’incognita che peserà: tenendo conto dei margini di errore, per ogni partito le forbici sono tanto ampie da passare dalla soglia psicologica della sconfitta a quella della vittoria. È chiaro che tra un 21% e un 24% del M5s passa la stessa distanza che c’è tra il sospiro di sollievo e la cupa depressione. Ancora più marcato l’effetto per la Lega: un 31% sarebbe una vittoria netta, ma un 28%, pur rappresentando 11 punti in più dell’anno scorso, verrebbe vissuto come una delusione. Anche considerando gli esiti opposti che convivono in ogni forbice nessuna soluzione sembra aiutare la stabilità: i grillini se vanno male (dal 20 in giù) si convinceranno che l’alleanza con la Lega è il bacio della morte, e rilanceranno la guerra con Salvini. Ma lo stesso avverrà se otterranno un buon risultato (intorno al 25) in quanto proverebbe che la strategia di queste settimane, svolta a sinistra compresa, paga.
PER LA LEGA è una situazione simile: se, pur affermandosi come primo partito raggiungono numeri inferiori alle attese di un mese fa, la spinta delle forze interne che non sopportano quasi più l’alleanza con M5s – da Giorgetti ai governatori di Lombardia e Veneto – diventerà incontenibile. Se l’esito sarà soddisfacente, dunque sopra il 30%, sarà Salvini a voler incassare i dividendi del successo pieno imponendo misure difficili da accettare per i grillini. Lui proverà comunque ad andare avanti, perché poco si fida delle rassicurazioni di Zingaretti per cui non ci sarebbe alternativa al voto: teme, al contrario, che la crisi porti a quell’avvicinamento tra Pd e M5S che per Massimo Cacciari è «un destino». Il rischio c’è: in parte dipenderà dall’esito del test odierno. Il neo-segretario Pd si è trincerato dietro una tattica prudente: esporsi il meno possibile, nella convinzione che la chiamata alle armi contro la destra sovranista e il cambio al vertice del partito porteranno un aumento percentuale di voti rispetto al 2018 da poter cantare vittoria. In realtà lo spettro è ampio: se il Pd superasse il M5s – malgrado le apparenze – sarebbe il miglior viatico per l’avvio di un dialogo che Zingaretti forse avrebbe già fatto se non fosse stato frenato dai renziani. L’ex premier, peraltro, ha adottato una strategia attendista: pur chiarendo i suoi paletti, ha fatto lealmente campagna elettorale. Sotto il 20%, però, la tregua finirà.
IL PARTITO sul quale il voto potrebbe avere l’esito più immediatamente devastante è Forza Italia: se gli elettori confermeranno la sensazione che è in via di liquidazione, le forze centrifughe che lo squassano saranno irrefrenabili: parte degli azzurri cercherà riparo in un’alleanza con la Lega, tentando probabilmente di dare vita a una nuova formazione con la Meloni, un’altra parte sarà sempre più attratta dalle sirene di Renzi e del suo partito centrista. Non è detto però che quei luttuosi pronostici si riveleranno azzeccati: se FI confermerà la presa su un 12-13% dell’elettorato, Berlusconi riuscirà a tenere insieme il partito e dimostrerà di essere il solo partner credibile di cui dispone Salvini per governare senza M5s.

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