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Data Pubblicazione: 10/02/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonio Troise
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

ROMA – IL CONTO alla rovescia è cominciato. E questa volta le tre Regioni del Nord che hanno deciso di imboccare la strada della cosiddetta «autonomia differenziata» (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), vogliono andare fino in fondo. Anche a costo di aprire un nuovo fronte fra Lega e Cinquestelle. In gioco non c’è solo un diverso modello di ‘Stato’, più leggero e decentrato, dove le Regioni più virtuose ed efficienti sono in grado di garantire servizi migliori e meno tasse ai propri cittadini. Ma anche una dote consistente di risorse: dai 10,6 ai 21,5 miliardi di euro in più da affidare direttamente ai tre Governatori per ampliare le rispettive competenze su materie ora gestite dall’amministrazione centrale. Veneto e Lombardia hanno chiesto tutte le 23 previste che la Costituzione consente di trasferire alle Regioni. L’Emilia si è fermata a quota 15.
L’APPUNTAMENTO decisivo è per il 15 febbraio, quando i presidenti di Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia torneranno a varcare il portone di Palazzo Chigi per trovare un’intesa col governo. Un passaggio fondamentale per mettere a punto il disegno di legge da sottoporre al voto delle Camere e da far approvare a maggioranza assoluta e senza neanche la possibilità di interventi correttivi. Nel caso di bocciatura, governo e Regioni dovranno risedersi al tavolo. Non sarà una passeggiata. Anche perché nel governo si contrappongono anime diverse. La Lega è da sempre attenta alle ragioni del Nord e ha l’autonomia nel proprio Dna fin dai tempi di Bossi. Certo, Salvini, non ha alcuna intenzione di abbracciare la bandiera della secessione, ora che candida il suo partito a forza nazionale. Ma, sicuramente, ha una posizione molto più avanzata rispetto ai Cinquestelle, che proprio nel Sud hanno fatto il pieno dei voti. I grillini, infatti, temono che con l’autonomia differenziata si allarghi ulteriormente il divario fra regioni ricche e povere, con la conseguenza di avere minori risorse da destinare alle aree del Mezzogiorno. Due, in particolare, i punti che non convincono per nulla il M5S.
IN PRIMO LUOGO, l’avvio dell’autonomia differenziata in assenza dei cosiddetti ‘livelli standard’, quelli che dovrebbero garantire servizi minimi essenziali in maniera uniforme in tutto il Paese. Ai grillini non piace nemmeno il passaggio di alcune competenze dallo Stato centrale alle amministrazioni periferiche, dalla tutela dei beni culturali alle grandi reti di trasporto fino alla sanità. Ma le Regioni del Nord non mollano. La tesi è semplice: Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna versano a Roma più di quanto ricevono in termini di servizi e investimenti. È il ‘Residuo fiscale’. Con l’autonomia differenziata, queste somme resterebbero sul territorio con il risultato di rendere più ricche le casse delle Regioni. La richiesta più esplicita è arrivata dal Veneto, che vorrebbe trattenere fino al 90% del residuo. Più flessibili, invece, gli altri governatori, che prevedono un regime ‘transitorio’ basato sulla spesa storica e su due parametri: la popolazione residente e il gettito dei tributi maturati nel territorio regionale. In ogni caso, l’autonomia si tradurrebbe in un maggior gettito da destinare ai cittadini delle tre regioni. Un sogno in un periodo in cui le casse dello Stato sono asfittiche, per fare fronte ai vincoli della moneta unica e alle clausole di salvaguardia firmate dall’esecutivo a Bruxelles.

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