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Data Pubblicazione: 04/12/19
Pubblicato in: Aziende, Economia
Scritto da: Francesca Paci
Pubblicato su: LA STAMPA

ROMA Tecnicamente si chiama «back reshoring» e sta per rilocalizzazione, il ritorno a casa delle aziende che finora avevano lavorato all’estero, privilegiando le sedi a basso costo di produzione. Mentre i laureati italiani continuano a fuggire al ritmo di 25 mila l’anno, la manifattura, vittima illustre del passaggio dal capitalismo otto-novecentesco a quello finanziario, registra un significativo cambio di tendenza. Secondo il rapporto di Eurofound «Reshoring in Europe 2015-2018» il nostro Paese (39 casi) segue la Gran Bretagna (44 casi) in testa alla classifica del contro-esodo che seppure non possa ancora definirsi un fenomeno massiccio (in Italia si contano circa 120 reshoring tra il 2014 e il 2019) aumenta regolarmente da cinque anni a questa parte. «Siamo tornati in virtù del nostro radicamento sul territorio e perché per realizzare un prodotto di qualità dobbiamo farlo in Italia» racconta agli analisti di Eurofound Giuliano Grotto, fondatore di Fitwell, il brand da amatori di scarpe da trekking migrato nel 1999 in Romania per vendere a costi più competitivi e rientrato poi (parzialmente) nella natia a Montebelluna. L’abbigliamento, la moda e in particolare l’extra lusso, sono l’avanguardia di un cambiamento di prospettive economiche in linea con la stagione politica corrente, una sorta di post globalizzazione in cui, a varia intensità di nazionalismo, la priorità è riportare a casa il lavoro perduto (nel triennio 2015-2017 la rilocazzazione ha creato in Europa 12.840 nuovi posti di lavoro) . Una classica questione di domanda e di offerta, considerando che uno studio del 2017 di PWC-Price Waterhouse Coopers mostra come i137% dei Millennials sia disposto a pagare fino al 5% in più per un prodotto Made in Italy (i127%fino al 10%in più). Chi ingrana la marcia indietro allora e, soprattutto, perché? Le ragioni sono pratiche, conferma un’analisi recente dell’Università di Udine, praticissime: l’aumento dei costi di produzione all’estero (dove l’ex proletariato asiatico o est-europeo ha cominciato a organizzarsi sindacalmente), i tempi delle consegne, la riorganizzazione globale delle aziende, la riscoperta forza del brand Made in Italy specialmente adesso che le norme sulla sicurezza Ue impongono l’indicazione dell’origine di tutte le merci. La qualità sembra insomma aver recuperato terreno, prendendosi la rivincita sullo strapotere della produzione seriale di fine del secolo scorso. E poi c’è la sostenibilità, il fair trade, il valore umano e ambientale che al netto di quanto si irrida il politicamente corretto ha fatto breccia e profondamente nella società contemporanea. E così, la Asdomar ha chiuso un po’ di stabilimenti di tonno in Portogallo e ne ha riaperti in Sardegna, la Global Garden Products ha spostato i suoi vivai slovacchi a Treviso, la GTA Moda è tornata dalla Romania e l’Artsana dall’India e dalla Cina, l’un tempo famosa “fabbrica mondiale” dove nonostante il cambio di passo dovuto all’aumento dei prezzi hanno ancora sede il 30% delle delocalizzazioni. Poi ci sono le eccellenze dell’eleganza italiana: Prada, Ferragamo, Zegna, Louis Vuitton, Ferragamo, Bottega veneta, Geox, Benetton, sono alcuni dei grandi che ci hanno ripensato e dopo la fuga d’inizio millennio verso l’estremo Oriente (ma anche in Romania, Polonia, Repubblica Ceca o nella efficientissima ancorché occidentale Germania), sono rimpatriati. A conti fatti, quel che si perde spendendo di più in fase di produzione si guadagna nella credibilità del prodotto, conferma la Vimec,che dopo oltre 25 anni di ascensori costruiti in Cina si è resettata a Luzzara, le origini. È un po’ la storia del Black Friday sfidato dal Green Friday: consumare meno sì, dicono i giovanissimi, ma anche consumare meglio pare avere il suo perché.

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