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Data Pubblicazione: 10/09/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

LA FIDUCIA alla Camera c’è: 343 sì, 263 no, 3 astenuti (per tacer dei due deputati Pd e tre grillini che non hanno partecipato al voto). Il bon-ton molto meno. L’illusione di poter abbassare la temperatura dello scontro politico, semmai Conte l’ha nutrita davvero, s’infrange sui banchi della destra al momento della replica. Nel corso del lunghissimo intervento della mattina le interruzioni non erano mancate ma la tensione era stata contenuta: esplode a sera quando il premier, rivolto al suo ex viceministro Garavaglia, lo taccia di «volgarità» per averlo definito «imbullonato» alla poltrona. E meno male che solo qualche ora prima aveva fatto l’elogio della mitezza: l’aula prende fuoco, si va ad un pelo dalla rissa che, del resto, era già stata sfiorata più volte nel dibattito, per esempio quando il presidente Rosato (Pd) aveva tolto la parola al capogruppo Fdi Lollobrigida solo per sentirsi minacciare a muso duro: vuoi forse la balcanizzazione dell’aula?
E’ UN assaggio di ciò che succederà nei prossimi mesi, perché quella che è andata in scena ieri dentro e fuori Montecitorio non è stata una manifestazione episodica ma, come dice Salvini, la «messinscena plastica» del modello di opposizione che la destra, con la significativa astensione di Berlusconi, ha scelto: quello dell’assedio. Sì, perché è convinzione diffusa tra le fila di Lega e Fd’I che il governo che nascerà ufficialmente oggi al Senato sia in realtà fragilissimo e destinato a durare non anni ma mesi. Per la verità il discorso programmatico di Conte è di alto respiro, tutt’altro che tipico di un governicchio purchessia, forse persino troppo ambizioso. Confortano invece le speranze della destra le divisioni nella maggioranza, che emergono con nitidezza dalle reazioni di Pd e M5s all’intervento del premier. Bisognava esserci lì sugli spalti per assistere allo spettacolo dei due partiti di maggioranza che applaudivano ognuno i propri temi: i democratici a far la ola quando Conte illustra un nuovo approccio all’immigrazione, parla di integrazione o fa l’elogio del pluralismo. Lesti poi a rimettere le mani in tasca quando promette un cambio di passo su concessioni e trivelle, annuncia una legge sull’acqua pubblica o mette in cima all’agenda il taglio dei parlamentari (ancorché assicuri che sarà affiancato da una riforma elettorale come chiesto dal Pd): in questo caso parte l’applauso dei cinquestelle.
INUTILE girarci attorno: manca l’amalgama non solo sul programma (le infrastrutture sono il vero nodo) ma pure fra il popolo ‘giallo’ e quello ‘rosso’. La prova? Le riunioni distinte della squadra governativa: quella di Di Maio con i ministri grillini. E l’altra di Franceschini coi democratici: «Serve più coesione», lamenta il ministro della cultura. Non è un caso se Conte dedica parte dell’intervento alle regole per disinnescare la mina delle diffidenze e del malanimo reciproci chiedendo sobrietà nei toni e nell’uso dei social. Capita, però, che siano principi opposti a quelli su cui si è basata finora la vita dei grillini. Togliere i social network a Di Maio è come chiedere a Berlusconi non solo di non avere più tv, ma di non usarle più per fare propaganda.

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