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Data Pubblicazione: 14/01/20
Pubblicato in: Fisco e Tasse
Scritto da: Mario Sensini
Pubblicato su: CORRIERE DELLA SERA

Al ministero dell’Economia il lavoro dei tecnici sulla riforma fiscale va avanti senza sosta. Per la verità, anzi, nell’ultimo decennio non si è mai fermato. II taglio dell’Irpef è ormai diventato un classicissimo di ogni programma elettorale o agenda politica. Di scenari e simulazioni, Fabrizia Lapecorella, che è direttore generale delle Finanze dal giugno del 2008, ne ha presentate decine ai sette ministri con cul ha lavorato, da Tremonti a Gualtieri, passando per Monti, Grilli, Saccomanni, Padoan e Tria. Anche se in questi dodici anni l’unico vero sgravio dell’Irpef è arrivato con il Bonus Renzi di 80 euro al mese per i lavoratori dipendenti con redditi bassi, fino a 26 mila euro. II ceto medio Secondo il premier Giuseppe Conte adesso è ora di pensare al ceto medio, ma i problemi che hanno fin qui impedito un taglio generalizzato delle tasse sono ancora tutti sul tavolo. La compatibilità con la finanza pubblica, le difficoltà di garantire la progressività dell’imposizione fiscale, come chiede la Costituzione e, al tempo stesso, di semplificare un sistema terribilmente complesso. E sono gli stessi paletti che il governo deve dribblare anche oggi per continuare ad abbassare le tasse, dopo il taglio del cuneo fiscale che parte quest’anno e andrà a regime nel 2021. Soprattutto quello della tenuta dei conti. Nel 2021 il taglio del cuneo fiscale è già garantito dai fondi stanziati nel bilancio, ma lo spazio per un’ulteriore sforbiciata all’Irpef è minimo, visto che sulla manovra pende già il conto dell’Iva da 20 miliardi, che quest’anno è stato solo rinviato. I 5 miliardi del cuneo, peraltro, dovrebbero riguardare i dipendenti fino a 35 mila euro di reddito, quindi abbracciare una platea più ampia di quella del Bonus Renzi, ma non tutto il «ceto medio» che, secondo il presidente del Consiglio, deve essere alleggerito dal carico fiscale. I costi L’idea di Conte, sulla quale si continua a lavorare al ministero, insieme a molti altri scenari, è quella di ridurre il numero e il livello delle aliquote. Pochi mesi fa a Bruxelles Giuseppe Conte aveva ipotizzato l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef: invece che il 23% fino a 15 mila euro e il 27% tra 15 e 28 mila euro, un solo scaglione con l’aliquota al 20%. Sarebbe una riforma molto costosa, perché ogni punto di riduzione della prima aliquota costa circa 4 miliardi. L’accorpamento dei primi due scaglioni costerebbe non meno di 20 miliardi di euro, oltre un punto di Prodotto interno lordo. II fatto è che in Italia i contribuenti che pagano poche (o pochissime) tasse sono tantissimi. Quelli che hanno dichiarato al fisco un reddito annuo fino al 20 mila euro lordi, nel 2017, sono stati 24,3 milioni, oltre la meta degli italiani che presentano la dichiarazione, che sono 41,2 milioni. Questi contribuenti, tuttavia, hanno versato «solo» 21,7 miliardi di Irpef, cioè circa il 12,5% dell’Irpef complessiva del 2017. Ogni sgravio fiscale su questa fascia, dunque, costa molto nel complesso e nello stesso tempo produce vantaggi economici molto limitati ai tanti contribuenti che ne beneficerebbero. Riforma progressiva Per una manovra di questa portata sarebbe difficile trovare spazio anche nel bilancio del 2022, quando serviranno altri 7 miliardi per scongiurare gli ulteriori aumenti dell’Iva, benché il deficit programmato per quell’anno, all’1,4% del prodotto, consentirebbe margini di manovra più ampi. Se dunque il governo vuole dare subito un segnale sulla volontà di proseguire sulla riduzione delle tasse, non può che immaginare una riforma progressiva su più anni. O rimettere sul tavolo, per finanziare parte della riforma, una sforbiciata alle detrazioni e alle deduzioni fiscali, molto gettonata da tutti i governi, ma mai realizzata. Nel 2017 detrazioni e deduzioni hanno inciso sull’Irpef per 105 miliardi di euro. Spazio ce ne sarebbe, ma la difficoltà politica, come si è dimostrato, è enorme. Anche se la legge di Bilancio del 2020 già traccia una strada possibile, con la progressiva eliminazione delle detrazioni del 19% per chi guadagna oltre 120 mila euro. Detrazioni e deduzioni a scalare con la crescita del reddito, peraltro, sarebbero un sistema valido per garantire la progressività dell’imposizione. E se alcuni sconti fiscali venissero accorpati in una detrazione unica, come dimostrano le simulazioni del Tesoro, ne guadagnerebbe anche la semplicità del sistema. Nessuna rottura L’ipotesi di uno choc fiscale come proponeva due anni fa la Lega per dare uno strattone e far ripartire l’economia, d’altra parte, non convince affatto gli esperti, e neanche i tecnici dell’Economia. La stessa flat tax è stata notevolmente ridimensionata, nell’applicazione, rispetto ai progetti iniziali. Secondo il Centro Studi della Confindustria l’introduzione di una flat tax Irpef con due aliquote, una del 15% sui redditi fino a 80 mila euro, l’altra del 2o% per chi guadagna di più, costerebbe 52 miliardi nel primo anno, e nonostante una spinta alla crescita dello o,7%, farebbero crescere il deficit di 2,5 punti. Impossibile da sostenere.

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