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Data Pubblicazione: 10/02/19
Pubblicato in: Manifestazioni, Sindacati
Scritto da: Dario Di Vico
Pubblicato su: CORRIERE DELLA SERA

Se è difficile dar torto alla battuta di Marco Bentivogli secondo la quale il populismo sindacale è stato «l’ostetrica» del populismo politico si può dire che ieri tra i due segmenti della demagogia contemporanea è stato costruito un muro divisorio. La mobilitazione romana di piazza San Giovanni si è rivelata doppiamente importante: ha segnato il ritorno delle confederazioni sulla grande ribalta e ha visto la scelta dei gruppi dirigenti convalidata da un significativo successo di partecipazione. Non era scontato, eppure non è tutto. La discontinuità forse più rilevante la si è registrata sul piano dei contenuti e dell’orientamento di fondo della manifestazione. Non solo, infatti, è stata messa sul banco degli accusati l’agenda della coalizione gialloverde — quella che privilegia quotidianamente i sondaggi e le urne ai temi dello sviluppo — ma il sindacato non ha concesso nessuno sconto di rating ai singoli provvedimenti-bandiera del governo. Dai pre-pensionamenti di quota loo al reddito di cittadinanza fino alla flat tax per le partite Iva, i provvedimenti sociali che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno concepito per onorare la cambiale con i propri elettori sono finiti nel mirino di Cgil-Cisl-Uil che ne hanno messo a nudo le contraddizioni e le incongruenze e denunciato le nuove disuguaglianze che rischiano di produrre. La demagogia almeno ieri non ha pagato e le confederazioni hanno posto le premesse per riprendersi la primogenitura della giustizia sociale, quella che il populismo ha sfilato loro usandola poi per lottizzare la Consob, attaccare i francesi e demonizzare gli stranieri. Si può e si potrà in futuro essere d’accordo o meno con le singole rivendicazioni di Cgil-Cisl-Uil ma nelle società democratiche è questo il ruolo che devono assolvere sindacati liberi, altrimenti meglio chiudere bottega. Se la manifestazione di ieri avesse il potere di ridare a Cesare quel che gli compete, se contribuisse a ripristinare la dialettica tra politica e corpi sociali, avremmo compiuto un importante passo in avanti. Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo dal palco hanno chiesto a gran voce al governo di essere consultati sulle misure di politica economica necessarie per contrastare la recessione e hanno anche assicurato che in caso contrario non demorderanno. Vedremo se ne saranno capaci, di sicuro dovranno nel frattempo lavorare alla loro piattaforma per individuare meglio le priorità e renderla intelligibile alla pubblica opinione. Poi dovrebbero forse provare a individuare le convergenze possibili con il mondo della rappresentanza d’impresa che oggi si muove secondo logiche e obiettivi non molto distanti da quelli di Cgil-Cisl-Uil. La preoccupazione per la non-crescita è analoga e non potrebbe essere altrimenti. 112019 per come si presenta rischia di lasciare sul campo morti e feriti in termini di chiusura di imprese e riduzione degli occupati. In qualche settore, segnatamente la disastrata filiera del mattone, la convergenza tra imprese e sindacati è ancora più visibile e si attende, infatti, a breve la mobilitazione degli edili che dovrebbe servire anche a dare continuità alla piazza di San Giovanni. Poi forse verrà il turno dei metalmeccanici alle prese con le fosche previsioni del mercato dell’auto.

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