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Data Pubblicazione: 15/11/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Nicoletta Tempera
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

BOLOGNA Laura ha cinque anni. La sua mamma le ha fatto un pesciolino di cartone e lei lo sventola come fosse una bandierina. Francesca, invece, sta per diventare mamma. Malgrado il pancione, è tra i tremila del corteo antagonista, in piazza San Francesco, pronta per marciare contro il PalaDozza. Lì, come isolato in una bolla, qualcosa che non c’entra con il resto di Bologna, c’è il leader del Carroccio Matteo Salvini che parla ai suoi sostenitori. Fuori, oltre i blindati della polizia, oltre gli alari, oltre gli idranti, ci sono tremila persone che marciano verso piazza Azzarita, dove si tiene il comizio, per urlare il loro dissenso. E altre 10mila sono sul Crescentone, in piazza Maggiore, con una sardina in mano per un flash mob di protesta. La campagna elettorale leghista non è mai stata una passeggiata di salute nel capoluogo emiliano. A ogni visita di Matteo Salvini, dal 2014 in poi, è stato un continuo succedersi di scontri e tensioni. Anche ieri il rischio di tafferugli c’era. Ma si è spento nell’acqua degli idranti. Almeno 13mila persone però ieri sono scese in piazza, tra le realtà antagoniste, riunite nel ‘nodo antifascista’ e i cittadini senza bandiera, né sigla, ma sicuramente antileghisti,che si sono stretti, come sardine nel barattolo, di fronte alla basilica di San Petronio. In mano un pesciolino di cartone. Chi più piccolo, chi più grande. Chi tenuto su da una cannuccia, chi attaccato sulla fronte. «Bologna non abbocca», diceva un cartello. L’obiettivo dei pesciolini era superare la capienza del Palazzetto, pari a 7mila persone. Stretti stretti come sardine, erano un mare. E ci sono riusciti. Gli altri, quelli più ‘agitati’, hanno sfidato, al grido di «Via i fascisti da Bologna» e «Bologna non si lega», l’impianto di sicurezza organizzato dalla Questura, con 250 operatori schierati, tra poliziotti e carabinieri, per cercare di entrare nell’area circoscritta del palazzo del basket, cinturata a ogni accesso da blindati e mezzi alari, impiegati nel servizio assieme a due idranti. Non ce l’hanno fatta perché, per la seconda volta a Bologna dopo il ‘77, i getti d’acqua gelida hanno bloccato la contestazione prima che diventasse violenza. Ma hanno gridato, acceso fumogeni, lanciato persino fuochi d’artificio: «In questa città non c’è spazio per gli omofobi e il patriarcato», gridavano le ragazze di Non una di meno, anche loro in corteo. Già dai giorni scorsi e più ancora ieri mattina si respirava aria di lotta in città. La raccofarte dei collettivi universitari, piazza Verdi, ha dato inizio alle danze già di prima mattina, con striscioni di (non) benvenuto esposti in via Zamboni. Lo stesso concetto lo hanno gridato i lenzuoli e i cartelli comparsi qua e là tra le finestre del centro. Il messaggio era chiaro: «Via Salvini da Bologna». E nel coro del dissenso non poteva mancare la frangia più violenta, quella degli anarchici. Erano una quarantina, in bicicletta, e hanno gironzolato sui viali prima di essere bloccati dalla Digos a porta Lame. Tanti mondi, tutti distanti, a volte in netta antipatia, che hanno cantato all’unisono un’unica canzone.

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