Seleziona una pagina
Data Pubblicazione: 03/12/19
Pubblicato in: Economia
Scritto da: Dario Di Vico
Pubblicato su: CORRIERE DELLA SERA

Romano Prodi e Carlo Calenda discutono di industria e sono d’accordo (quasi) su tutto. Ospiti del Gruppo economisti d’impresa nella nuova sede bolognese di Prometeia, l’ex premier e l’ex ministro pensano che la risposta alla crescente domanda di politica industriale debba essere essenzialmente europea. Prodi pensa a un Fondo di iniziativa industriale che faccia capo alla Commissione Ue e che promuova un grande piano di investimenti «magari copiando le priorità di China 2025». Del resto è vero che nel 5G Huawei è leader con il 309 del mercato, ma sommando Nokia ed Ericsson si arriva alla stessa cifra. Il problema caso mai è «chi avrà il bastone del comando europeo», perché francesi e tedeschi tendono a far da soli e questo non va bene. Quanto all’Italia, visto che il costo del lavoro in Cina oggi è solo 1 a 2,5 in rapporto al nostro, dovrebbe lanciare una grande campagna di reshoring delle produzioni. Anche per questo «sarebbe un errore mollare i settori tradizionali», come invece è stata «una follia umana» demonizzare il diesel e sposare incondizionatamente l’elettrico «creando così un buco di 15 anni». «A Ingolstadt l’Audi ha dato in prova l’auto elettrica a 2 mila dirigenti e il sistema elettrico della città è saltato», ha aggiunto. Per Calenda, che sarà relatore a Strasburgo in sede di adozione di un documento parlamentare di politica industriale europea, «non esistono settori vecchi, dipende dalle tecnologie e i14.o fa cadere le distinzioni». La Ue deve darsi un doppio compito: promuovere la trasformazione ambientale e digitale e nel contempo gestire le transizioni dei settori e delle persone. Non come stiamo facendo nell’auto «dove la transizione è gestita da Greta Thunberg». Entrambi, Prodi e Calenda, vedono l’Italia assente dai tavoli che contano («alla riunione sulle batterie c’erano 13 Paesi e noi no»), non amano le vecchie formule alla Iri e pensano che se il Comau fosse messo in vendita il governo e i privati non dovrebbero rimanere con le mani in mano lasciando che vada in mano ai cinesi. A dividerli è solo il destino delle filiere legate alle aziende top del lusso. Per Calenda se anche Armani un giorno non fosse più italiana «le produzioni di qualità resterebbero in Italia»; per Prodi invece «attenzione, se in un settore si muove la testa, poi si muove anche la produzione».

Print Friendly, PDF & Email


TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA

Print Friendly, PDF & Email