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Data Pubblicazione: 11/01/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Fabrizio Ratiglia
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

ROMA  – «LA CRISI è dietro l’angolo. Ormai la misura è colma, manca solo l’ultima goccia». E non ce ne sarebbe neanche bisogno se all’orizzonte ci fosse un’alternativa politica praticabile a un’alleanza con il M5s che deputati e senatori del Carroccio considerano contro natura. La base leghista è in fibrillazione, i parlamentari – chi più chi meno – hanno tutti un diavolo per capello. Non ne possono più delle provocazioni grilline e temono che, a furia di compromessi al ribasso imposti da Conte e Di Maio, la luna di miele con gli elettori possa interrompersi. Per questo hanno accolto con favore i toni duri con cui Salvini ha deciso di controbattere a quelli che vengono considerati «attacchi decisi a tavolino»: la guerriglia parlamentare a suon di emendamenti sui cavalli di battaglia leghisti come l’autonomia delle Regioni e la legittima difesa. E – non da meno – quegli annunci fatti dagli alleati senza neanche essere consultati, soprattutto «quell’agguato», l’accordo con Malta e l’Ue sui migranti della Sea Watch siglato da Conte senza avvisare il suo ministro dell’Interno. «Non possiamo snaturarci, se cediamo sull’immigrazione è finita, gli elettori ci abbandoneranno» è il timore che si è sentito ripetere Salvini dai fedelissimi. NON si parla d’altro nei conciliaboli a Palazzo Madama e Montecitorio. «Ci tendono una trappola dietro l’altra, cambiano idea ogni giorno, non li sopportiamo più, non si può andare avanti così, se non cambiano atteggiamento viene giù tutto» è la frase più ricorrente con cui i parlamentari leghisti si sfogano con i loro capigruppo ma anche con i Governatori Zaia, Fontana e Fedriga, a loro volta furibondi. Per non parlare di Giorgetti terrorizzato dall’idea di scrivere un’altra manovra con i 5 Stelle. Stessi concetti nelle chat riservate a ministri e sottosegretari leghisti. A uscire allo scoperto è Armando Siri: «Il contratto parla chiaro, basta sbarchi! Se si viene meno ai patti, è il governo a essere messo in discussione». MA la parola d’ordine imposta dal segretario, almeno per ora, è tregua armata. Non cedere di un millimetro, ribattere colpo su colpo e, se necessario, arrivare allo scontro a muso duro senza però giungere alla rottura insanabile. La strategia è dimostrare di non essere subalterni e tornare a essere il faro della maggioranza costringendo l’M5s a inseguire. «Sarà uno scontro continuo su tutto» confidano autorevoli fonti leghiste. Così si spiega la decisione di scendere in piazza sabato a Torino a favore della Tav e di proporre un referendum eventuale sull’alta velocità. E L’AUT-AUT di Salvini sui fondi a disabili e alle famiglie numerose e il veto allo stop alle autorizzazioni alle trivelle. L’obiettivo immediato è vincere le regionali in Abruzzo e Sardegna per arrivare alle europee di maggio con il vento in poppa. Solo dopo, semmai maturasse una exit strategy politica con l’ok del Colle a nuove elezioni, arriverebbe la rottura definitiva con l’M5s. «Un governo scelto dagli italiani – ha chiarito Salvini – non certo con i cambia-casacche e i cambia-poltrone».

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