Seleziona una pagina
Data Pubblicazione: 08/11/19
Pubblicato in: Aziende, Istituzioni
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

L’Ilva non può e non deve chiudere. Oltre che devastante per chi ci lavora, provocherebbe un danno economico incalcolabile per l’Italia. Basta dunque con giochini e veti: prima di tutto viene l’occupazione. E dunque, si trovi il modo di rimettere «subito» insieme i cocci a Taranto, gettando sul tavolo uno scudo che tuteli tutte le aziende impegnate in opere di risanamento ambientale. Eccolo qui l’ultimatum che Mattarella recapita al premier: «In gioco c’è la vita di migliaia di famiglie». Nei giorni scorsi aveva manifestato informalmente la «grande preoccupazione» per la vicenda, ragion per cui Conte a metà mattinata sale al Colle per illustrare lo stato dell’arte. «Guardi Presidente – obietta il capo del governo – che l’immunità penale c’entra poco: i vertici di ArcelorMittal sono determinati a sfilarsi dall’accordo». Di questo Mattarella è perfettamente consapevole: il punto però, secondo il Quirinale (come per il Pd e Italia Viva), è che il provvedimento è necessario «comunque». Non si può infatti pensare a un piano B senza quella protezione legale per gli stessi commissari che entreranno in campo se i franco-indiani confermeranno la decisione di andarsene e che dovrebbero essere garantiti da procedimenti penali. Conte la pensa diversamente: ufficialmente perché ritiene che non concedere il decreto a scatola chiusa rafforzi il peso contrattuale del governo italiano. In realtà soprattutto perché teme un’esplosione del M5S che finirebbe probabilmente per travolgerlo. È su questo fronte che si è sfiorata la crisi nella notte tra mercoledì e giovedì, quando il ministro per il Sud Provenzano, sostenuto da tutto il Pd, ha portato il decreto già pronto ma il muro di Conte e Di Maio ha respinto l’ipotesi. Di qui la mediazione raggiunta: dichiararsi pronti a emanare il provvedimento ma solo una volta ottenuto il ritiro delle richiesta di 5mila esuberi dalla multinazionale. Attrezzandosi nel frattempo per una battaglia legale «epica». È una tregua fragile perché qualsiasi passo ulteriore renderà inevitabile quello scudo che per una parte del M5S è inaccettabile. Per quanto sotto tono, il dibattito parlamentare sul tema è illuminante. Nella sua informativa burocratica, il ministro Patuanelli martella su un tasto che vede tutte le forze concordi: «L’immunità è solo un pretesto. I dirigenti franco-indiani se ne vogliono andare perché hanno sbagliato il piano industriale». In realtà, non c’è luogo della politica in cui non si sospetti una trama anche più losca: l’azienda potrebbe infatti essersi mossa solo per impedire l’acquisizione di Ilva da parte di altri, decisa dall’inizio a chiudere lo stabilimento di Taranto. Però: l’opposizione rinfaccia al governo di aver reso possibile questa manovra con l’emendamento che eliminava lo scudo. «A casa voi, non gli operai dell’Ilva», lo striscione che i leghisti espongono alla Camera. Con tutt’altri toni, ma è chiaro che il Pd la pensa come la Lega: «È stato un errore» ammette il capo dei deputati Delrio, ma «si può rimediare in 5 minuti con una norma: Taranto è il futuro dell’Italia e del governo». Ben altra, però, l’opinione dei grillini duri e puri: «Nessuno è sopra le regole», avverte il senatore M5S Paragone. La miccia è lì: se e quando l’ordigno esploderà è impossibile dirlo oggi. Ma di certo i rapporti tra Pd e Movimento, già logorati dagli scontri sulla manovra, escono dalla vicenda Ilva quasi completamente distrutti. Ormai non c’è angolo del Parlamento in cui non si parli di una possibile, anzi probabile, crisi di governo dopo l’approvazione della manovra.

Print Friendly, PDF & Email


TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA

Print Friendly, PDF & Email