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Data Pubblicazione: 12/07/19
Pubblicato in: Economia, Finanza
Scritto da: Maximilian Cellino
Pubblicato su: IL SOLE 24 ORE

Tassi in forte discesa e in un caso addirittura più che dimezzati alle aste dei titoli di Stato condotte ieri dal Tesoro rispetto al mese precedente. È il risultato combinato dell’allentamento delle tensioni sul debito italiano dopo il mancato avvio della procedura Ue di infrazione e soprattutto dell’atteggiamentoespansivo preannunciato a chiare lettere dalla Bce: i rendimenti crollano ovunque nell’Eurozona e gli investitori danno la caccia a quel poco che resta sopra lo zero. Così si spiegano le richieste elevate (con rapporti di copertura attorno a 1,6-1,7 volte) che fanno il paio con l’autenticacaccia al BTpa5o anni riaperto tre giorni fa e che hanno permesso al Tesoro di collocare titoli a 3anni pera miliardi a un tasso dello 0,49% rispetto all’1,06% di giugno e titoli a 7 anni all’1,24% (dall’1,96%). E per questo motivo, ragionando sui decennali, si vede anche uno spread nei confronti del Bund di nuovo sotto quota 200 e ai minimi da maggio 2018. Logico quindi chiedersi anche quanto a lungo potra proseguire e dove potrà portare questa sorta di «stato di grazia» che si protrae ormai da settimane. L’andamento dei BTp va però anzitutto contestualizzato: è in atto un generale movimento di riduzione dei tassi sul debito pubblico in tutta l’Europa e anche nel resto del mondo, guidato proprio dalle politiche accomodanti che si apprestano ad adottare di nuovo le Banche centrali, Bce e Federal Reserve in primis. Una fase che a sua volta spinge appunto il mercato a cercare i rendimenti dove ancora restano quantomeno positivi, come in Italia. Saranno dunque in gran parte le decisioni prese a Francoforte e Washington a fare da bussola nel prossimo futuro. Tornando invece a ragionare nello specifico sul nostro Paese, al netto di possibili nuovi contrasti con l’Europa sui conti pubblici e anche delle decisioni da parte delle agenzie di rating (Fitch si pronuncerà il 9 agosto), esiste un limite fisico alla discesa del nostro spread: una sorta di «zoccolo duro» difficile da abbattere. «ll limite alla salita dei prezzi o alla discesa dei rendimenti deve tenere in considerazione anche quanto sia il peso per il debitore del debito che ha in essere e quindi il rischio connaturato allo stesso», osserva Giampaolo Galiazzo, economista di Tiche, società indipendente che si occupa di educazione finanziaria. Il riferimento va in questo caso in particolare all’incidenza sul Pil degli interessi legati al debito pagati dall’Italia (3,4%) in confronto alla Spagna (1,92%) e alla Germania (addirittura 0,59%, come si vede nel grafico sopra). «Se pensiamo allo Stato come a una persona fisica è facile capire come tanto più elevato sia il peso del debito, tanta maggiore sia la fatica necessaria a ridurlo», spiega Galiazzo, individuando nel tasso di espansione eco- nomica una sorta di valore spartiacque: «Se si cresce a un tasso maggiore del livello di incidenza del debito sul Pil – aggiunge l’economista – è possibile innescare un circolo virtuoso che sia anche rafforzato da decisioni favorevolidelle agenzie di rating, proprio come avviene per la Spagna». Nell’Italia impantanata nella palude della stagnazione lo scenario è purtroppo differente e i rischi restano dietro l’angolo, così come occorre pensare che l’abbassamento di rendimenti e spread non possa proseguire all’infinito. «Temo che con fondamentali simili un differenziale rispetto al bund inferiore a 200 punti base indica che il mercato ci stia già trattando con i guanti di velluto», avverte Galiazzo. L’avidità non ha limiti, insomma, ma forse a volte è anche il caso di accontentarsi.

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