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Data Pubblicazione: 11/01/19
Pubblicato in: Giustizia
Scritto da: Laura Natoli
Pubblicato su: LA NAZIONE CRONACA PRATO

NON C’È prova che i proprietari italiani delle case sapessero quello accadeva lì dentro, ossia che veniva esercitata attività di prostituzione. E non c’è stato nessun vantaggio economico nell’affittare gli immobili a lucciole e gestori della fiorente attività in piazza Mercatale. Il giudice per l’udienza preliminare, Francesca Scarlatti, ha prosciolto gli otto proprietari italiani e un cinese della case affittate alle lucciole fra piazza Mercatale e via Sant’Antonio. Come, del resto, aveva chiesto il pm Laura Canovai nell’udienza poco prima di Natale. Il giudice ha condiviso la posizione della procura rinviando, invece, a giudizio un’altra ventina di persone, tutti cinesi di cui dodici sono irrintracciabili le cui posizioni sono state stralciate, che si occupavano della gestione dell’attività illecita mentre ha accolto i patteggiamenti di altri tre imputati. Sono tutti accusati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. La stessa accusa veniva mossa ai proprietari italiani degli immobili (difesi dagli avvocati Febbo, Malerba, Nicolosi, Badiani, Guarducci, Fantappié) che, all’epoca del blitz della Finanza nel novembre del 2015, si videro sequestrare le case. Il provvedimento venne, poi, cancellato dopo il ricorso presentato dalle difese. I giudici del Riesame accolsero la linea degli avvocati, la stessa emersa durante l’udienza preliminare: non ci sono prove che i proprietari sapessero e che avessero lucrato sul prezzo degli affitti perché le case erano stata date a prezzi di mercato, fra i 700 e i 750 euro mensili. Così dopo tre anni arriva, almeno per una parte, alla conclusione il procedimento partito dal maxi blitz della finanza (chiamato non a caso «Piazza pulita») in seguito alle tante proteste di residenti e commercianti della zona infastiditi dalla presenza delle lucciole cinesi fuori dalle case di via Sant’Antonio e nella piazza a qualsiasi ora del giorno e della notte. Tutto cambia perché tutto resti uguale, verrebbe da dire: le stesse donne cinesi sono ancora lì, affacciate alle stesse case, sugli stessi scalini e nei giardini di piazza Mercatale. Per buona pace di chi aveva tanto protestato. A processo per rispondere di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione andranno solo i cinesi che si occupavano di gestire il giro di prostitute. Quelli che sono ancora reperibili. «E’ giusto sensibilizzare i proprietari italiani, anche quelli dei capannoni, – ha detto l’avvocatro Federico Febbo – ma non bisogna demonizzare chi fa affari con i cinesi perché fanno parte del tessuto economico della città».

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