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Data Pubblicazione: 05/07/19
Pubblicato in: Occupazione
Scritto da: Achille Perego
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

NEL MONDO delle aziende private si chiama ‘tempo tuta’. E per anni è stato oggetto di confronto – e anche di conflitto – tra datori di lavoro e dipendenti. Con più di un ricorso alle aule dei tribunali per chiedere ai giudici se ritenessero che il tempo necessario per indossare la tuta rientrasse nell’orario di lavoro e quindi andasse retribuito. Dopo un periodo nel quale i verdetti erano stati altalenanti, la giurisprudenza sembra avere consolidato il principio di diritto (vedi la sentenza a favore degli infermieri di Macerata) che il ‘tempo tuta’ faccia parte dell’orario di lavoro e vada retribuito. Ma soltanto, recita l’ordinanza 505 dell’11 gennaio 2019 della Cassazione, se il cambio d’abito (e persino la doccia) è assoggettato «al potere conformativo del datore di lavoro». Ovvero indossare il camice o la tuta «deriva dalla esplicita disciplina di impresa o, implicitamente, dalla natura degli indumenti o dalla funzione che essi devono assolvere, tali da determinare un obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro». Se invece è il dipendente che sceglie facoltativamente di indossare abiti da lavoro, il tempo per cambiarsi non può essere considerato di lavoro.
I CONTRATTI PRIVATI In genere, come si ricorda in ambienti della Confindustria, la giurisprudenza prevalente in tema di ‘tempo tuta’ viene osservata dalle aziende. Quindi questo tempo viene retribuito solo se la divisa è considerata obbligatoria per il ruolo, l’igiene o la sicurezza. Nei contratti nazionali però non esiste una voce che disciplini il ‘tempo tuta’.
LE TUTE BLU Uno dei settori dove maggiormente si era presentato in passato il tema del ‘tempo tuta’ è proprio quello delle ‘tute blu’. E i contenziosi, spiega Daniela Dario, direttore delle Relazioni industriali di Federmeccanica, erano sorti soprattutto laddove, sia per la complessità degli indumenti di protezione sia per la distanza degli spogliatoi dal luogo di lavoro (si pensi alle acciaierie) si arrivava a impiegare anche 30 o 40 minuti. I conflitti sul ‘tempo tuta’ però, aggiunge, ormai sono stati risolti senza che sia previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici ma in ossequio alla giurisprudenza, a regolamenti interni alle aziende e soprattutto al buon senso. Tesi condivisa da Marco Assenti, presidente dell’Associazione nazionale consulenti del lavoro della Regione Marche. Il problema semmai nasce, e viene segnalato – e può essere sanzionato – dalle aziende, quando si abusa del ‘tempo tuta’ ampliandolo a dismisura con caffè, telefonino, fumo di una sigaretta.
I CONTRATTI DEGLI ARTIGIANI Quando si tratta di lavoro artigianale il ‘tempo tuta’ non è contemplato nei contratti dei singoli settori (meccanici, parrucchieri, edili, falegnami o elettricisti, eccetera). In genere, fanno sapere all’Unione artigiani della Provincia di Milano, non è previsto perché nella maggior parte dei casi si possono già indossare gli abiti o le scarpe da lavoro a casa o il cambio richiede un tempo limitato. Solo in casi particolari per la specifica divisa richiesta dal tipo di lavoro, il tempo necessario per cambiarsi può rientrare nell’orario di lavoro.
COMMERCIO E GRANDE DISTRIBUZIONE Anche per chi opera nel commercio e nei servizi, spiegano in Confcommercio, il ‘tempo tuta’ non fa parte del contratto nazionale. Così come nella grande distribuzione. Ma può essere regolamentato a livello di singole aziende.

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