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Data Pubblicazione: 07/11/19
Pubblicato in: Lavoro
Scritto da: Elena G. Polidori
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

Il ripristino dello scudo. Ma non solo. Cinquemila esuberi. La revisione del piano industriale e dell’Autorizzazione d’impatto ambientale. All’incontro con il governo, i vertici di ArcelorMittal hanno posto condizioni capestro per rimanere. Proposte che ritengono essenziali per riaprire il dialogo, ma che, allo stato, appaiono difficilmente accettabili per l’esecutivo. Un nuovo incontro con il governo, però, potrebbe tenersi all’inizio della prossima settimana. E sarà quella sede per scoprire di più le carte e vedere quanto siano negoziabili le richieste del gruppo franco-indiano. In primo piano c’è la reintroduzione di una protezione legale, con una legge e con la garanzia politica che non venga di nuovo cancellata. Ma si ritiene essenziale anche riscrivere il contratto siglato un anno fa in considerazione dei mutati scenari di mercato, abbassando i livelli produttivi a 4 milioni e di conseguenza quelli occupazionali. Dunque, anche la necessità di un robusto intervento dello Stato con la cassa integrazione per evitare migliaia di esuberi. Esuberi stimati dall’azienda in 5mila. Poi tema centrale per l’azienda, è l’altoforno Afo 2. Va superato il problema delle prescrizioni richieste dalla magistratura entro il 13 dicembre, considerati dall’azienda impraticabili. Anche qui si ritiene essenziale intervenire con una norma, per l’estensione della facoltà d’uso per almeno 14-16 mesi. Il tutto accompagnato dalla revisione della cosiddetta Aia, l’Autorizzazione di impatto ambientale. Tutte condizioni portate, ieri mattina, al tavolo di Palazzo Chigi, da Lakshmi e Aditya Mittal che sono stati perentori; servono certezze, soprattutto su un eventuale provvedimento legislativo. Che una volta arrivato in Parlamento per la conversione in legge, non incontri l’opposizione di un gruppo di grillini guidati dall’ex ministra Barbara Lezzi che farebbe vacillare, con il suo no, la maggioranza di governo. Solo così, hanno spiegato a Conte e ai ministri presenti, i vertici del gruppo, Mittal può ritornare sui propri passi e cioè decidere di non abbandonare l’impianto ex Ilva di Taranto. Tre ore di confronto serrato che mettono l’esecutivo in grande difficoltà, facendo esplodere le divisioni interne tra Pd e 5 stelle. Un quadro senza dubbio molto complesso, soprattutto dal punto di vista politico, con l’azienda che ieri ha avviato comunque il graduale spegnimento dei forni dell’acciaieria. Che andranno a ciclo ridotto fino allo spegnimento definitivo. Operazione che, appena avviata, ha però provocato la lacerazione del fronte sindacale. La Fim-Cisl ha proclamato subito uno sciopero perché, secondo il segretario Marco Bentivogli, sarebbero 4-5mila, fin da subito, gli operai senza lavoro oltre a 10.700 lavoratori dell’indotto che subiranno la stessa sorte. «Per la Fim Cisl – sostiene Bentivogli – il tempo è scaduto, è ora di mobilitarsi». La Uilm, invece, non ha gradito l’iniziativa («no a decisioni sindacali solitarie che contribuiscono ulteriormente a inasprire il clima di tensione», ha commentato il segretario generale Rocco Palombella, mentre la Fiom Cgil ha proclamato lo stato di agitazione gli stabilimenti. In serata, però, i leader di Fiom e Uilm si sono mossi anche loro verso lo sciopero, proclamato per l’8 novembre. Ma Mittal fa sul serio. E nel ricorso presentato a Milano, per citare in giudizio i commissari straordinari dell’Ilva, si mette infatti in luce anche il «generale clima di incertezza, sfiducia e ostilità» nei confronti dell’operazione industriale. Sottolineando, anche a prescindere dallo ‘scudo penale che è venuto meno, il non poter più utilizzare alcuni altiforni, a causa di provvedimenti giudiziari, cosa che rende comunque «impossibile» eseguire il contratto. «È stata compiuta, per via legislativa – si legge infine – una consapevole scelta volta al superamento del piano ambientale e del piano Industriale, che erano alla base dell’investimento effettuato» da ArcelorMittal.

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