Seleziona una pagina
Data Pubblicazione: 14/10/19
Scritto da: Ferruccio De Bortoli
Pubblicato su: L'ECONOMIA DEL CORRIERE DELLA SERA

I più ottimisti ricordano l’ansia generale che accompagnò il passaggio del secolo. La paura del millennium bug. Ampiamente sopravvalutata. Il primo gennaio del 2000 i sistemi informatici non si fermarono. Il mondo non cadde nella buca di un presunto difetto dei computer. I meno ottimisti guardano alla data del 31 ottobre, se davvero il Regno Unito dovesse uscire, anche dopo un altro rinvio, senza accordo dall’Unione europea, come a una dolorosa cesura della storia. Uno strapPo che si rifletterà non solo sui rapporti politici tra Londra e le capitali europee ma inciderà in maniera tangibile sulla vita dei sudditi di sua Maestà. Porrà in pericolo — come ha affermato l’ex premier laburista Tony Blair — la stessa unità della nazione. Scenari persino apocalittici: scaffali vuoti dei supermarket, file di Tir alle frontiere, caos burocratico e amministrativo. E un ulteriore elemento di instabilità nei rapporti commerciali che non potrà non avere un impatto negativo anche sulla congiuntura internazionale, sulla crescita di tutti. Insomma, un Brexit bug. L’esplodere finale della contraddizione britannica nel lungo processo di costruzione dell’unità europea al quale Londra si aggiunse riluttante solo nel 1973. L’esito promettente dell’ultimo colloquio fra Boris Johnson e il premier irlandese Leo Varadkar ha comunque schiuso nelle ultime ore qualche spiraglio d’intesa con l’Unione europea. Una pronuncia del Parlamento obbligherebbe il governo di Boris Johnson a chiedere una proroga di almeno tre mesi. Usiamo il condizionale perché il pragmatismo insito in un ordinamento giuridico di common law, una virtù ammirata e invidiata, è oggi visto — ulteriore ironia della storia — come un limite, un moltiplicatore di incertezze se non una fonte di confusione giurisprudenziale. Al punto di trasformare la Camera dei Comuni nel palcoscenico di una commedia teatrale. Più avanspettacolo che spettacolo. Ma, nello stesso tempo, di registrare una rinnovata vitalità istituzionale del Parlamento davanti alle forzature dell’esecutivo, alle convulsioni del partito conservatore e all’ambiguità dei laburisti. L’ultima proposta di Johnson è stata respinta al mittente da Bruxelles. Non solo per la questione del confine nordirlandese cui è legato l’accordo di pace nell’Ulster del 1998. La mossa di Downing Street ha provocato reazioni europee stizzite, pregiudicato i rapporti personali. Aumentano i sospetti che una strategia no deal sia perseguita dall’ex sindaco di Londra anche in chiave elettorale. Un eventuale ricorso anticipato alle urne potrebbe essere messo in calendario per il 28 novembre. Gli altri 27 Paesi europei hanno mostrato una rara compattezza. Mala soddisfazione di vedere quanto sia difficile perla riottosa Londra rinunciare ai vantaggi del mercato unico, in una tardiva rivalutazione dei principi comunitari, non nasconde le preoccupazioni di un’uscita disordinata, senza accordi. E, dunque, si tenterà fino all’ultimo di scongiurare un no deal. I conti Ma se dovesse accadere? Come sarà il prossimo primo novembre? Anche l’Italia fa i conti. E per ora la paura, alimentando il ciclo delle scorte è stata uno straordinario moltiplicatore degli affari. Ha avuto un effetto positivo sull’interscambio. Proprio così. Insomma, temiamo gli effetti della Brexit ma per ora ne godiamo le conseguenze del timore che accada. Nei primi sette mesi dell’anno le nostre esportazioni verso il Regno Unito sono cresciute, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, dell’8,9% mentre le importazioni sono diminuite dell’1,S%. C’è stato un autentico boom del farmaceutico: un balzo del 33% che, a livello globale, ha toccato i127,9%. I mezzi di trasporto hanno fatto segnare un più 22,696, con uno scatto rilevante del materiale rotabile. L’abbigliamento più 14,6%. L’avanzo commerciale con Londra nel 2018 (23 miliardi di export e 12 di import) è stato uno dei più elevati in assoluto. Anche la contabilità che riguarda i servizi, non solo finanziari, e il turismo sorride all’Italia. Il saldo di bilancia dei pagamenti era in passivo nel 2017. E’ tornato in attivo nel 2o18 per circa un miliardo di euro. E rimane favorevole nei primi sei mesi dell’anno. Perfetto, ma guardiamo avanti. E se dovesse esserci un’uscita brusca come sembra persino augurarsi il premier Johnson? «Gli effetti negativi sull’export italiano deriverebbero da tre fattori — spiega Alessandro Terzulli, capo economista di Sace-Simest —. Prima di tutto sul lato della domanda con un deciso rallentamento del Regno Unito. Bank of England arriva a ipotizzare un calo del prodotto interno lordo fino al 10,5% in cinque anni. Poi sul versante dell’offerta. Un’ulteriore svalutazione della sterlina inciderà sul livello degli scambi. E, terzo fattore, il rischio di un ritorno dei dazi». Qui Terzulli riprende uno studio della Banca d’Italia secondo il quale con la hard Brexit, che riporterebbe il Regno Unito all’interno delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), le merci italiane rischierebbero di vedersi imposta una tariffa media del 5%. Ma con ampie differenze tra le varie tipologie di prodotto. Andrebbe bene perla meccanica strumentale che fa la parte del leone nell’interscambio:se la caverebbe con un 2%. L’abbigliamento, invece pagherebbe l’u e l’alimentare il 13%. Comunque meno del 25% minacciato da Trump. Oltre ai dazi potrebbero essere reintrodotte nuove barriere di carattere non tariffario. Ma non è detto che Londra scelga questa strada che ovviamente si presta a ritorsioni e compensazioni. «Questi tre fattori — continua Terzulli — sono gli ingredienti di un mix esplosivo in caso di no deal». Con quali conseguenze sulla tenuta delle nostre esportazioni? «Una diminuzione cumulata in due anni tra il 7 e l’8 per cento». Non solo, per alcuni prodotti soggetti a quote, come per esempio lo zucchero e il latte, vi potrebbero essere fenomeni di rarefazione dell’offerta e improvvisi rincari. La Brexit ridimensiona la piazza finanziaria di Londra. Molte banche e istituzioni finanziarie, in particolare americane e asiatiche, si sono già trasferite per non perdere il passaporto europeo e non dover soggiacere a controlli, limiti, aggravi di costi. Ne hanno beneficiato soprattutto Francoforte, Parigi. Meno Milano che poteva e potrebbe ottenere di più. Ma paga l’instabilità politica italiana, unita a una diffusa sensazione che le regole del business possano essere cambiate con troppa facilità. E la certezza del diritto sia un principio ancora fragile.

Print Friendly, PDF & Email


TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA

Print Friendly, PDF & Email