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Data Pubblicazione: 12/08/19
Pubblicato in: Fisco e Tasse
Scritto da: Ernesto Maria Ruffini
Pubblicato su: L'ECONOMIA DEL CORRIERE DELLA SERA

L’Italia è forse l’unico Paese al mondo per il quale sia stata scritta una storia dell’evasione fiscale (Stefano Manestra, Banca d’Italia, «Questioni di economia e finanza», n. 81), una storia dalla quale si può però trarre anche una morale più generale, valida per le riforme tributarie. La morale è che il fisco è materia complessa che si può, anzi, si deve affrontare da più punti di vista: quantitativo (l’ammontare dei tributi), strutturale (il tipo di tributi), amministrativo (l’applicazione dei tributi), comportamentale (le reazioni del contribuente) e legistico (complessità e complicazione delle leggi). Il dibattito attuale è invece caratterizzato, in prevalenza, da una fissazione, un’ossessione sul solo aspetto quantitativo, tanto più forte quanto più si accompagna a una commendevole scarsità di quattrini.
Iniquità
In tema di Irpef, ad esempio, che si favoleggi di flat tax osi propongano, più realisticamente, tre aliquote o una maggiorazione del bonus degli 80 euro, le proposte si accompagnano alla pressoché totale indifferenza per gli altri quattro aspetti appena accennati. Si vive così nell’illusione che, per avere una riforma tributaria, basti trasporre un tot di numeri (aliquote, detrazioni e/o deduzioni, negli ultimi tempi proposti alquanto a caso) in un tot di norme, ritenute magicamente autoapplicanti («l’intendenza seguirà») e i cui effetti, in termini di compliance tributaria o stimolo economico, ben pochi si curano di verificare ex post. I risultati di un tal modo di procedere sono sotto gli occhi. I vari progetti di pseudo-flat tax disegnano una struttura dell’Irpef totalmente irrazionale, con vertiginosi salti d’imposta e clamorose iniquità fra contribuenti. La loro applicazione, opzionale, complica la vita dell’amministrazione finanziaria, costretta a diventare una dea Kali dalle quattro o dieci braccia per gestire altrettante Irpef parallele. Il comportamento dei contribuenti, già blanditi da promesse di condoni più o meno tombali, si fa sempre più opportunistico, spingendoli a restare oggi sotto i limiti di ricavi che garantiscono il forfait (a costo di evadere) e domani sotto quelli di reddito familiare che garantiscono 11 15 per cento (a costo di lavorare in nero), perseverando così nell’esercizio di prassi dannose per l’economia italiana, come il nanismo d’impresa e il sommerso. E le leggi si fanno sempre più confuse e intricate, alla faccia di tutti tentativi di semplificazione: una scorsa ai 56 articoli tributari (sui n6 totali) del decreto «Crescita» può dare l’idea di cosa sia una «legge illeggibile». È giunto il momento di affrontare sì il tema di una riforma tributaria, ma in tutta la sua inevitabile complessità e non con superficiale disinvoltura. Si tratta di declinarla in tutti i cinque aspetti prima richiamati: importi, tipo di tributi, applicazione concreta, incentivi a comportamenti legalmente corretti ed eco- nomicamente razionali, leggi almeno ordinate.
Moderno e informatizzato
Il fisco non è — lo ripeto — la mera somma di numeri e norme. È un’infrastruttura, un’opera pubblica, che ha bisogno di un progetto di medio periodo, di costante manutenzione e di un investimento in risorse umane, tecniche e finanziarie, sempre che lo si voglia davvero moderno e informatizzato. E, per prima cosa, non si può procedere a una riforma partendo da un sostrato normativo disordinato e incomprensibile come quello presente, non più di quanto si possa far pulizia in una casa lasciando indumenti e masserizie sparsi su mobili e arredi. Come diceva nel 1950 il padre (volente e nolente) dell’attuale sistema tributario, Cesare Cosciani, i principali difetti del sistema tributario erano già allora la sua «irrazionalità formale» e la «confusione legislativa sorpren *** dente». A differenza del vino, il tempo non ci ha migliorato. Non sto proponendo un codice (obiettivo auspicabile, ma assai ambizioso), ma almeno un consolidamento delle 700-800 leggi e decreti che, approssimativamente, costituiscono il corpus normativo tributario. E poi da lì, da una normativa ordinata ed esaustiva, si potrà partire per le grandi pulizie, per le altre riforme: strutturale, quantitativa, amministrativa e, last but not least, comportamentale.
La via maestra
Lo strumento per un tale riordino c’è già: si chiama legge 40o del 1988 e prevede, all’articolo 17-bis, che il governo, valutato il parere del Consiglio di Stato, possa approvare testi unici compilativi per singole materie, senza innovare la disciplina e quindi senza bisogno di un’approvazione parlamentare. Sarebbe un grande risultato scendere a una ventina di testi, organizzati per tipo di tributi e per passaggi procedurali (dichiarazione, versamento, accertamento, contenzioso, riscossione). Simili raccolte metterebbero in evidenza, ancora più di rapporti e «libri bianchi», contraddizioni, ripetizioni e altri «sprechi normativi». Per il Parlamento sarebbe più semplice a questo punto intervenire su tali testi, innovandoli con un’opera sistematica di semplificazione e non con una meramente elencativa, la spunta di una lista della spesa, come fatto dal disegno di legge «Semplificazione», confluito in buona parte nel decreto «Crescita». Opera sicuramente nata da una buona intenzione e forse anche utile, ma che si limita a strappare qualche terra semiemersa dall’oceano della confusione normativa e procedurale in cui contribuenti, funzionari e professionisti naufragano quotidianamente, come nell’infinito leopardiano. Con la differenza che, nel naufragio fiscale, c’è ben poco di dolce

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