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Data Pubblicazione: 11/09/19
Pubblicato in: Economia
Scritto da: Claudia Marin
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

GLI ANALISTI di Moody’s danno credito alla maggioranza giallo-rossa, considerandola più stabile e affidabile di quella precedente, principalmente nel rapporto con l’Europa, ma non per questo credono alla capacità del nuovo governo di abbassare il debito. E, dunque, almeno per ora, non cambia il verdetto sui nostri titoli: il giudizio emesso ieri non sostituisce il rating, perché la procedura di revisione è stata solo rinviata. Il voto, insomma, resta Baa3, appena un gradino sopra l’ultimo declassamento al rango di «spazzatura». E non è certo un buon viatico per l’esecutivo appena nato neanche quello che arriva dai dati sulla produzione industriale di luglio: l’Azienda Italia è ferma e non è prevedibile una ripresa nel corso dell’autunno. Uno scenario che pesa sulle mosse in vista della legge di Bilancio per il 2020.
DAL MINISTERO dell’Economia negano che siano fissati i nuovi target a cominciare dal rapporto deficit/Pil (si parla del 2,2/2,3) e il premier avvisa che «la manovra si fa in Italia e non a Bruxelles», a indicare che l’operazione non sarà condizionata dalla nuova Commissione e tantomeno dalla presenza di Paolo Gentiloni agli Affari economici. Ma è risaputo che il clima, anche per la concessone di margini di flessibilità (si vocifera di 10-12 miliardi di euro), è certamente più favorevole dello scorso anno. Ciò non toglie che i nodi da sciogliere saranno notevoli. Non sarà agevole, infatti, bloccare gli aumenti dell’Iva e abbassare le tasse per i lavoratori. Senza toccare le due misure di bandiera gialloverdi, reddito di cittadinanza e Quota 100. L’industria italiana, del resto, segna il passo. A luglio, per il secondo mese consecutivo, la produzione ha ingranato la retromarcia (-0,7%). Tutti i comparti, a eccezione dell’energia, hanno registrato il segno meno, con il settore automobilistico crollato del 14% tra luglio 2018 e luglio 2019 e di quasi il 15% nei primi sette mesi dell’anno. L’ennesimo segnale di rallentamento che pesa come un’ipoteca sul Pil di fine anno. E, anzi, per paradosso, le stime più ottimistiche appaiono quelle di Moody’s. Il +0,2% annunciato per quest’anno per l’economia italiana, pur dimezzato rispetto al precedente +0,4%, si allinea con le vecchie stime del governo contenute nel Def di aprile (soggette ad aggiornamento nella Nota attesa tra due settimane), ma supera quelle sempre più diffuse tra gli analisti e i centri studi di una crescita piatta o al massimo dello 0,1%.
SIAMO e restiamo in stagnazione. E se gli sherpa di Moody’s promuovono la stabilità politica, una minore conflittualità con l’Europa e un’accelerazione della crescita nel 2020 a +0,5 per cento, denunciano, però, la mancanza di un’agenda di politica economica coerente e in primis la difficoltà di far scendere il debito pubblico. Non a caso, la stessa presidente della Commissione, nella sua prima lettera a Gentiloni, ha definito il debito un fattore di rischio per i governi. Il che porta a parlare di nuovo di privatizzazioni: l’ultima manovra prevedeva 18 miliardi di privatizzazioni, nemmeno avviate. «Cambiano i governi, ma restano i nodi di sviluppo del Paese», conclude il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.

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