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Data Pubblicazione: 12/07/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

AUTONOMIA e sicurezza bis, ovvero Scilla e Cariddi. In mezzo la navicella del governo che corre il pericolo, ancora una volta, di naufragare. Gli emendamenti al decreto in votazione alla Camera rischiano di rivelarsi un incidente enorme: «È un problema politico serio – conferma Salvini –, se non vengono ammessi i parlamentari leghisti non rientreranno nelle commissioni». Ma il guaio grosso, e molto più difficilmente recuperabile, si verifica sull’Autonomie. Un’ora e mezzo di rissa che si conclude quando i leghisti furibondi abbandonano Palazzo Chigi: «Questa è una presa in giro, sbotta il leader del Carroccio rivolto a Giorgetti prima di sbattere la porta. Il fallimento viene mascherato con la necessità di correre in Senato a votare il taglio dei parlamentari: prima o poi la riunione riprenderà, ma non si sa quando. ANCHE stavolta la rottura arriva sulla scuola: attorno al tavolo c’è mezzo governo. Tria è assente, ma ci sono i suoi due viceministri. La madrina della riforma, Erika Stefani, illustra la necessità di dare incentivi «per garantire la permanenza dei docenti in alcune regioni». Insorgono i pentastellati: «Niente gabbie salariali: alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro-Sud è una follia classista». Il leader della Lega non trattiene la rabbia: si rivolge a Conte, parla di sabotaggio. Il premier gli risponde a tono: «Le autonomie si fanno ma stando attenti a salvaguardare l’unità del Paese e la Costituzione. Paletti che – pur spandendo rassicurazioni a piene mani – conferma nel pomeriggio: «È inaccettabile che l’Italia si slabbri ancora di più». RIMANENDO in questo perimetro, cerca però di recuperare il ruolo di mediatore in buona parte bruciato nello scontro della mattina: incontra uno dei più diretti interessati, il governatore lombardo Fontana, e spande ottimismo. «Ci sono criticità ma troveremo una sintesi in tempi brevissimi». Parole che l’ospite condivide. «Il prossimo vertice andrà meglio», profetizza Salvini che invita anche gli irritatissimi governatori. In realtà, lo scontro va oltre le norme. Non si tratta solo di un dissenso su punti specifici: è la filosofia della riforma che M5s ha scelto di rimettere in discussione con l’obiettivo se non di bloccarla («Va fatta: è nel contratto», sottolinea la Stefani) almeno di ridimensionarla radicalmente. Dopo la timidezza che aveva segnato il comportamento del Movimento in seguito alla mazzata elettorale Salvini non si aspettava una simile resistenza; i pentastellati hanno invece ripreso coraggio sia perchè l’incubo delle elezioni a settembre è oramai sfumato, sia perchè Di Maio, ma soprattutto Conte, sentono di avere le spalle coperte nella partita sull’Autonomia dal Quirinale. Il Presidente resta fedele alla scelta strategica di non esporsi, tuttavia segue con massima attenzione la vicenda e la spiegazione che il premier dà delle sue perplessità ricalca fedelmente i dubbi risuonati sul Colle. «Io devo pensare che domani l’intesa con una regione possa essere fatta con tutte le altre». A quel punto garantire servizi e diritti pari per tutti diventerebbe per lo Stato impossibile. I grillini sono inoltre convinti che il leader leghista non possa tirare troppo la corda sulle autonomie se non mettendo a grande rischio al sua popolarità nel Meridione dove non sarebbe difficile per la propaganda grillina farlo apparire come ‘il nemico del Sud’. Vero è che alla rabbia leghista per questa riforma bloccata, si somma quella per gli emendamenti al decreto sicurezza cassati. «Fico li ha bloccati. Parte del M5s tifa per l’anti-polizia», dice ancora Salvini. Di qui la scelta di bloccare i lavori. Accuse false, replica Fico: «Chi le sostiene ignora come funziona la Camera». Epperò: il Capitano non sembra tentato dall’idea di rovesciare il tavolo. Prima bisogna passare indenne la partita della legge di stabilità. A fare i conti penserà dopo.

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