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Data Pubblicazione: 18/06/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

TRUMP non l’ha incontrato: un po’ ci sperava, anche se non ci contava più di tanto conoscendo il rigido protocollo. E’ un particolare: per il resto il viaggio negli Stati Uniti è andato nella direzione progettata da Matteo Salvini. Una sterzata brusca rispetto sia agli alleati di governo sia agli alleati dell’Italia, cioè l’Europa, con un obiettivo dichiarato: «Il nostro Paese è il primo, più credibile, più solido interlocutore degli Usa nella Ue». L’incontro con il segretario di Stato Pompeo «ha registrato pieno accordo su tutti i capitoli». E non sono certo capitoli secondari: Venezuela, Iran, Cina, Medio Oriente, Libia, Israele. Significa smarcare la politica italiana da quella di Bruxelles, che proprio ieri è stata più tiepida sulle colpe dell’Iran per gli attacchi alle petroliere nel golfo di Oman ma anche per le rinnovate minacce sul nucleare. «Noi da tempo abbiamo allentato le relazioni economiche con Teheran a differenza di Francia e Germania», scandisce il leghista modificando posizioni che, un tempo, coincidevano con quelle di Putin, con il quale però chiede di «rilanciare» il dialogo. Il ‘Capitano’ americano prende anche le distanze dai 5 stelle che, dal Venezuela alla Cina hanno posizioni ben diverse, benché la cartina di tornasole siano gli F35: «Gli accordi sottoscritti non si possono rimangiare», sottolinea.
E COSÌ, la mission in Usa porta a compimento una svolta iniziata da tempo e culminata nella photo opportunity con il segretario di Stato americano che – agli occhi di molti – pone il sigillo su quell’investitura che il vicepremier leghista stava cercando. Ragion per cui Conte – durante un incontro della Fondazione Italia-Cina – fa sapere che lui parla direttamente con Trump e che i rapporti con gli Stati Uniti sono ben saldi: «Non c’è discrepanza nella politica estera». In concreto, l’endorsement americano sarà utile nel futuro prossimo, quando Salvini deciderà di dare la scalata a Palazzo Chigi, come ammettono gli stessi grillini. Ma è pure un asso da far pesare subito sul piatto della bilancia nei tormentati rapporti con la Ue. Guarda caso, proprio da Washington Salvini lancia la nuova sfida: «La flat tax si farà. Ci serve una manovra trumpiana. L’Italia non è la Grecia: non ci accontentiamo più delle briciole». Pensa di sfruttare il cambio di passo degli Usa: prima di Trump il potente alleato americano aveva sempre speso la propria forza per difendere l’Unione europea, mentre l’attuale presidente fa il contrario. «Sono qui per aprire un canale di grandissimo interesse a entrambi», è il messaggio che consegna prima nelle mani di Pompeo (che accetta il suo invito di fare un salto in Abruzzo, terra degli avi), poi in quelle del vicepresidente Pence, alla Casa Bianca: «Con lui accordo al 99% nella visione del mondo, su economia e fisco».
È DIFFICILE pensare che il leader leghista punti a far dell’Italia il 51° stato Usa. Piuttosto, vuole mettere sul tavolo di Bruxelles quest’arma, ritenendo che agli occhi dei partner Ue avere un paese fondatore che gioca di sponda con gli Stati Uniti possa essere una grana. «I dazi? Sono un problema di Parigi e Berlino, non dell’Italia», sorride Salvini. Cerca di tranquillizzare mercati e grillini: «Il governo durerà quattro anni». Poi avverte: «Sulla flat tax li convinceremo con i numeri e con la cortesia, ma se non si convinceranno porteremo a casa lo stesso il taglio delle tasse e in Europa se ne faranno una ragione». Agli americani spiega che «l’ostinazione Ue sull’austerità non aiuta ma tratteremo da pari a pari». Conferma che vedrà Conte probabilmente domani per «concordare» il testo da inviare alla Ue: la missiva non partirà prima di giovedì, anche perché l’obiettivo del governo è di rinviare la decisione europea sull’infrazione cercando di farla coincidere con la partita delle nomine Ue in modo da aver maggior forza nella trattativa.

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