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Data Pubblicazione: 09/10/19
Pubblicato in: Istituzioni, Politica
Scritto da: Antonella Coppari
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

IL MALUMORE si percepisce dalla silenziosa processione dei deputati che escono dall’aula quando tutto è compiuto. Facce composte, tirate, da funerale. La riduzione dei parlamentari ha raccolto quasi l’unanimità (553 sì, 14 no e 2 astensioni) eppure solo i grillini – o meglio: quelli che pensano di ritornare a Montecitorio – hanno da festeggiare il varo definitivo della riforma costituzionale. «Un passaggio storico» la definisce Di Maio al pari del premier Conte, materializzatosi in Transatlantico in tempo per il voto. Pd, LeU e Italia Viva hanno pagato la cambiale sottoscritta con M5s alla nascita del governo: con una capriola degna di Simone Biles, l’immensa ginnasta americana, ieri hanno mostrato il pollice in su con la stessa convinzione con cui in precedenza l’avevano fatto verso. E del resto, avendola votata già tre volte, Lega e Fd’I non potevano sottrarsi ora, dopo aver verificato che il sogno della spallata al governo era irreale. Quanto ai forzisti, ci credono così poco che ben 25 hanno dato forfait.
IMPOSSIBILE fare altrimenti: nessuno ci sta a passare per difensore della casta. E così, dalla prossima legislatura avremo 400 deputati invece di 630 e 200 senatori, invece di 315. A meno che un referendum – può essere chiesto nei prossimi tre mesi da 1) un quinto dei membri di una camera, 2) cinque consigli regionali 3) 500mila elettori – non rovesci il verdetto. A mitigare gli effetti della legge, sulla carta dirompenti, dovrebbero essere i correttivi previsti dalla maggioranza: parificazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato; quest’ultimo non più eletto su base regionale; taglio dei delegati regionali per la scelta del capo dello stato. Assieme a una legge elettorale che i giallo-rossi vogliono presentare per dicembre: tra le ipotesi maggioritario a doppio turno, proporzionale con correttivo maggioritario del 25% o con soglia di sbarramento alta. «Sono queste riforme che hanno spinto il Pd a votare sì convintamente», spiega il capogruppo Delrio. «È un progetto che portiamo avanti da 20 anni», rincara Zingaretti. E Fornaro (LeU): «Non ci si può fermare al taglio». Dopo aver appurato che le voci di maldipancia tra i giallo-rossi era infondate (al dunque la maggioranza era autosufficiente), il centrodestra inghiotte il rospo: «A differenza di Pd e M5s manteniamo la parola», dice Salvini. «Fiera che il taglio sia arrivato per i nostri voti», chiosa Meloni.
SOLO i grillini celebrano l’evento. Lo fanno in piazza, a Montecitorio, con due striscioni e un paio di forbici di cartone. «Questa riforma farà risparmiare 300mila euro al giorno», ride Di Maio. Una goccia nel mare, sottolinea lo specialista dei conti, Cottarelli: «È pari allo 0,007% della spesa pubblica». Ai grillini importa poco: la battaglia contro la casta è scritta nel loro Dna prima della nascita di M5s. Vittoria piena, ancorché postuma: nel frattempo il Movimento è cambiato, si è abituato ai giochi parlamentari tanto che il colpo messo a segno somiglia a un acuto più che a un successo destinato a produrre nuove crociate. Quelle che promette il renziano Giachetti: «Dico sì per lealtà, ma raccolgo le firme per un referendum». Un po’ il vecchio spirito radicale referendario dell’uomo, un po’ forse un calcolo più freddo. La consultazione offrirebbe a Renzi una rete di garanzia per poter proseguire la sua opera di guastatore al governo senza temere la rappresaglia di elezioni anticipate minacciata da Conte.

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