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Data Pubblicazione: 08/10/19
Pubblicato in: Economia
Scritto da: Valentina Conte
Pubblicato su: LA REPUBBLICA

L’assegno unico per ogni figlio – dal settimo mese di gravidanza ai 18 anni – partirà già nel 2020. Se non da gennaio, da metà anno. Non era scontato, visti tempi e risorse esigui. E sarà una «rivoluzione», assicura il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Il piano del governo giallo-rosso, accelerato nelle ultime ore, corre su due binari. Uno normativo affidato a una legge delega – la Delrio-Lepri, dai primi firmatari pd – già in discussione in commissione Welfare della Camera e attesa il 28 ottobre in Aula. E uno finanziario, con il riparto delle risorse da inserire nella manovra di bilancio. E questo il punto più delicato. Il piano da 30 miliardi necessita di 10 miliardi di coperture extra. Il resto viene recuperato eliminando assegni familiari (6 miliardi) e detrazioni (12 miliardi). Oltre a bonus vari: premio alla nascita, bonus bebè, bonus rette asilo nido, fondo di sostegno alla natalità (2). Dieci miliardi non si trovano in un giorno. E neanche in 15, come il tempo che ci separa dall’invio della legge di Bilancio alle Camere. Ecco allora l’ipotesi. Rimodulare tre importanti centri di spesa: gli 80 euro, il reddito di cittadinanza e quota 100. Il bonus Renzi non verrebbe cancellato, come ha precisato anche Gualtieri. Resterebbe agli esclusi dall’assegno unico: chi è senza figli o non ha figli minori (per il primo anno) o non ha figli a carico (il secondo anno l’assegno unico verrebbe esteso anche agli under 26 che vivono ancora in famiglia). Gli 80 euro erogati alle famiglie con figli minori verrebbero invece riassorbiti nell’assegno unico da 240 euro al mese per ogni figlio. Così facendo, si recuperano 3,2 miliardi, visto che i due terzi di chi prende oggi il bonus Renzi non ha figli minori, secondo i calcoli (vedi tabella) di Massimo Baldini, docente di Scienza delle finanze all’Università di Modena. Con la stessa logica, altri 2 miliardi arriverebbero dal reddito di cittadinanza, misura anche questa confermata e non messa in discussione. La famiglia che riceve uno o più assegni unici li scalerebbe dal reddito di cittadinanza eventualmente percepito. Ad esempio, con due figli sottraggo dai 780 euro mensili (l’importo massimo di cittadinanza) i 480 euro dell’assegno unico. Infine quota 100, l’anticipo pensionistico possibile – dal 2019 al 2021- con almeno 62 anni di età e 38 di contributi. La proposta Nannicini – dal nome dell’economista e senatore pd – consiste nel trasformare la misura sperimentale, meno apprezzata di quanto stimato dal governo gialloverde in termini di uscite, in un’Ape sociale rafforzata da 3 miliardi per consentire a tutti i disoccupati, ai lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti, a chi si prende cura di parenti non autosufficienti di andare in pensione prima: a 62 anni con 30 anziché 38 annidi contributi. Una sorta di “quota 92”. Ecco che si libererebbero 5 miliardi. E dunque: 3 miliardi dagli 80 euro, 2 almeno dal reddito di cittadinanza e 5 da quota 100. Il totale fa 10 miliardi. Quanto manca per arrivare a 30 miliardi e far partire l’assegno unico da 240 euro al mese (il 40% in più se il figlio è disabile) per i 10 milioni di under 18 che vivono in 6 milioni di famiglie. Un’operazione a costo zero per lo Stato. Ma non per chi ha figli. Nessuno poi prenderà meno di oggi: una clausola di salvaguardia lo impedirà. Il beneficio andrebbe anche gli esclusi dagli 80 euro: disoccupati, lavoratori atipici, partite Iva, incapienti (sotto gli 8 mila euro), ceto medio. Ci sarebbe un tetto di reddito da 100 mila euro lordi. Non reddito familiare, però. Ma il reddito più alto della coppia. Quindi se uno guadagna 90 mila e l’altro 50 mila e hanno due figli, incasserebbero 480 euro al mese, anche se la somma dei loro redditi è 140 mila euro. Un’elasticità che alla fine lascerebbe fuori dall’assegno unico solo i ricchi. Le soglie sono tutte ancora da soppesare. Si ipotizza anche un décalage dell’assegno, a partire ad esempio dai 55 mila euro: l’importo scenderebbe da 240 a 150 euro al mese. Al momento solo ipotesi. La legge delega darebbe la cornice normativa, riordinando interventi e bonus che si sono stratificati negli anni, spesso anche privi di efficacia. «Ci vogliono 9 mesi per scrivere tutti i decreti delegati, ma possiamo farcela in 6», assicura Stefano Lepri, deputato pd e “padre” del piano Famiglia con Delrio e Nannicini. «Sarà una rivoluzione».

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