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Data Pubblicazione: 04/11/19
Pubblicato in: Fisco e Tasse
Scritto da: Marcella Cocchi
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

Anche i ricchi piangono. O piangeranno. Chissà se Bill Gates ora si farà prendere dai rimorsi. Fu lui, il fondatore di Microsoft, ad ammettere in più occasioni che far pagare ai paperoni più tasse sul reddito sarebbe «appropriato». Bene, se in America venisse mai approvata la rivoluzione fiscale voluta dai democratici, il ‘nostro’ dovrebbe versare nelle casse dello Stato 6,4 miliardi di dollari. Ma non tutti sono come Gates o come i 400 Patriotic millionaires che premono per pagare di più. Al contrario, lo spettro di Robin Hood agita i sogni di molti in Gran Bretagna e negli Usa. Prende la forma di aliquote stellari, imposte sulle donazioni, della famigerata (anche in Italia) patrimoniale ciclicamente evocata a sinistra e in alcune fila grilline. Ecco perché noi, che ora siamo storditi dal togli-metti sulle microtasse e dal tormentone sulla plastica, dovremmo comunque drizzare le antenne per captare quel che succede sulle due sponde dell’Atlantico. Accade che il leader laburista inglese, Jeremy Corbyn, abbia proclamato una crociata contro «il sistema corrotto» nel nome di un Paese «che non lasci indietro nessuno». In caso di vittoria alle elezioni del 12 dicembre, l’idolo della sinistra non fa mistero di voler mettere nuove imposte sui redditi alti, o avviare controlli governativi sui capitali e/o stangare le rette delle scuole private. Il manifesto elettorale 2017 prevedeva un’aliquota del 45% oltre le 80mila sterline e una del 50% sopra le 135mila, contro il massimo attuale del 45% sopra 150mila. Quanto all’imposta sulle donazioni in vita, scatterebbe sopra una soglia che è la metà di come è ora. I ricchissimi Oltremanica dunque tremano. Il quotidiano The Guardian dà voce a manager che dicono: Corbyn peggio della Brexit senza accordo. Il socio di uno studio legale quotato come Boodle Hatfield dice che diversi milionari hanno già predisposto i trasferimenti di denaro in caso di vittoria del Labour. Se i paperoni britannici fanno le valigie, i loro cugini yankee sono sul chi va là. La Robin Hood locale in questo caso indossa la gonna. È la candidata presidenziale alle primarie democratiche, Elizabeth Warren. Dopo settimane di polemiche nelle quali è stata accusata di poca chiarezza, la senatrice ha spiegato come finanzierebbe il suo piano rivoluzionario per garantire l’assistenza sanitaria a tutti senza toccare le polizze private. Ebbene, 20 dei 34 milardi (costo della riforma) verrebbero dalla tassazione straordinaria dei super ricchi e delle grandi corporation. L’imposta andrebbe dal 2 al 6% dei patrimoni. Certo, nel caso degli Usa, è bene contestualizzare. Grazie a Donald Trump, infatti, i miliardari hanno sborsato una percentuale fiscale più bassa della working class: nel 2018 le 400 famiglie più ricche del Paese hanno pagato una tassa media effettiva del 23%, mentre la metà delle famiglie americane ha versato un’aliquota del 24%. Insomma, «il trionfo dell’ingiustizia» secondo gli economisti della Berkley university, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. In ogni caso, se la riforma Warren venisse mai approvata – ma forse è meglio ricordare le difficoltà che ebbe Barack Obama con la sua mezza rivoluzione sulla sanità pubblica – Jeff Bezos che è il più ricco di tutti pagherebbe 7 miliardi, Gates 6, Warren Buffet 5. Con Corbyn il rosso, invece, 5 milionari britannici ostili al Labour sarebbero bastonati: Mike Ashley, Crispin Odey, Jim Ratcliffe, Hugh Grosvenor, Rupert Murdoch. In Italia, come si diceva, la patrimoniale è sempre in agguato. Sentiamo ancora l’eco delle liti Berlusconi-Prodi, ci ricordiamo forse di come il leader di Rifondazione Fausto Bertinotti pronunciasse quella parola con la sua ‘r’ un po’ moscia e di come, da Pier Luigi Bersani in avanti, il tema sia stato spesso messo sul tavolo delle affinità piddine-grilline. Matteo Salvini la mette così, anche contro il governo Conte bis: «Hanno questa mentalità bacata della sinistra per cui i ricchi devono piangere e quindi bisogna punirli e tartassarli. Il risultato è che chi ha i soldi scappa all’estero e a pagare tasse restano i soliti fessi». Non c’è dubbio che, come dice l’economista Carlo Cottarelli, la logica della flat tax leghista sposterebbe il reddito a favore dei più ricchi. Ma ora, comunque, nella manovra delle microimposte, i riflettori se li prende tutti la tassa sulla plastica. Con il governatore uscente (Pd) dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che lancia l’SOS: occhio, perché nell’ex terra rossa che si è arricchita anche grazie alle industrie del packaging, con la plastic tax si perde. E il governatore della Toscana, Enrico Rossi, rilancia il cavallo di battaglia della sinistra: «Plastic tax? Meglio una tassa sui redditi e sui patrimoni».

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