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Data Pubblicazione: 04/12/19
Pubblicato in: Politica estera
Scritto da: Elena Comelli
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

LONDRA Donald Trump va alla guerra contro la web tax europea, anche se le tech companies non sono le sue «società preferite», come ha detto ieri durante un colloquio a Londra con il presidente francese Emmanuel Macron. E minaccia dazi fino al 100% su 2,4 miliardi di dollari di prodotti d’Oltralpe, in risposta all’introduzione in Francia della tassazione sui «Gafa» (Google, Apple, Facebook e Amazon). Parigi ovviamente non è d’accordo. «Il semplice progetto, che potrebbe essere applicato entro 30 giorni, di nuove sanzioni contro la Francia, è inaccettabile», ha dichiarato ieri il ministro delle Finanze Bruno Le Maire e si è appellato alla Commissione europea. L’Ue «agirà e reagirà come blocco», nella disputa tra Washington e Parigi, ha garantito il portavoce per il commercio della Commissione, Daniel Rosario. Francia e Stati Uniti hanno tempo fino al 14 gennaio per negoziare e trovare una soluzione che eviti una nuova guerra commerciale. Ma non basta. Robert Lighthizer, alto rappresentante americano per il commercio, valuta misure simili anche contro l’Italia, visto che nella legge di Bilancio per il 2020 è prevista un’aliquota del 3% per i colossi del web. «Avrò un bilaterale col presidente Trump per risolvere tutto», ha gettato acqua sul fuoco il premier Giuseppe Conte, anche lui a Londra dove ha incontrato i reali inglesi. La web tax approvata a luglio da Parigi prevede un’aliquota del 3% sui ricavi superiori a 25 milioni di euro in Francia e a 750 milioni di euro nel mondo, derivanti dai servizi digitali. L’Italia aveva introdotto l’anno scorso nella legge di Bilancio un’imposta sui servizi digitali, mai entrata in vigore. Ora il governo M5S-Pd ha inserito una versione aggiornata della tassa nella manovra 2020, che deve essere approvata dal Parlamento entro fine anno. La web tax, con aliquota del 3%, si applicherà alle società del web con ricavi annui non inferiori a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni generati in Italia. L’imposta entrerà in vigore da gennaio, senza che il governo debba emanare disposizioni attuative. Francia e Italia, però, non sono gli unici Paesi a prevedere una web tax. L’Austria in aprile ha aumentato dal 3% al 5% l’imposta pianificata sui ricavi pubblicitari delle aziende tech nel Paese. Il governo è però caduto a maggio e non si sa se il progetto sarà portato avanti. Nel Regno Unito il primo ministro Boris Johnson, in vista del voto anticipato del 12 dicembre, ha promesso che le principali multinazionali pagheranno tasse eque. Il piano del governo conservatore prevede che da aprile 2020 sarà introdotta una tassa del 2% sui ricavi di motori di ricerca, piattaforme social media e vendite online che fanno profitti con gli utenti britannici. La tassa sarà applicata alle aziende con ricavi globali da attività digitali superiori a 500 milioni di sterline (640 milioni di dollari), di cui oltre 25 milioni di sterline provenienti da utenti britannici. In Spagna il Partito socialista ha incluso nel suo programma di tassare al 3% le entrate delle grandi aziende digitali. In Portogallo il premier Antonio Costa ha rivendicato la necessità di tassare a livello europeo i giganti digitali, «che generano entrate molto elevate nel contesto dell’Ue e non pagano nessuna tassa, o pochissime». Non è chiaro se il Portogallo introdurrà unilateralmente una tassa sulle piattaforme digitali nel 2020 o aspetterà un’azione coordinata a livello europeo.

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