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Data Pubblicazione: 28/05/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Ettore Maria Colombo
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

IL RISULTATO delle elezioni europee, per il Pd di Nicola Zingaretti, è come il «canto delle sirene» per Ulisse nella versione della canzone di Franco Battiato: «incatena». Il Pd, come ormai si sa, si conferma come secondo partito italiano (alle Europee del 2014 era il primo e anche dentro il Pse), con il 22,7% dei voti, riconquistando quasi cinque punti rispetto alle politiche del 2018 ed eleggendo ben 19 (anzi, forse 20) europarlamentari (erano 31 nel 2014). Tra questi, spiccano, per boom di preferenze, i capolista del Nord Est, Carlo Calenda (276.413 preferenze) che avverte: «Creiamo un’ampia alleanza che coinvolga il Pd, i Verdi e un vero partito libdem Siamo Europei. Un’alleanza, non una lista unica»; e del Nord Ovest, Giuliano Pisapia (266.156), con il primo che vince la sfida del più votato e che è, ormai, il nuovo astro nascente dem. Al Centro primeggia la renziana Bonafè (124.364 preferenze), al Sud il capolista Roberti (145.205) e, nelle Isole, è boom di consensi per il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo (135.098), con altre 84.180 prese al Centro.
E POCO IMPORTA che, guardando ai voti assoluti, e reali, il saldo sia negativo. ‘Solo’ 6 milioni e 48 mila voti assoluti, contro i 6 milioni e 161mila voti del 2018, per non dire del confronto con il 40,8% delle Europee 2014 (11.172mila voti). È il dato più basso in assoluto, per il Pd, questo, anche rispetto le Europee del 2009 (7.999.476 voti, 26,1%) e rispetto alle Politiche 2013 (8.644.187 voti, 25,4%) e del 2008 (33,1%, 12.095.306 voti). Roberto Giachetti, leader della minoranza interna dem, la mette giù piatta: «Gli unici vincitori di queste elezioni sono la Lega e Fd’I, mentre il Pd, rispetto alle Politiche 2018, in questa tornata perde 114.778 voti». Matteo Renzi, ‘discolo’ come sempre, sostiene che «per fermare la Lega c’è la vittoria di Dario Nardella a Firenze» (e quella di Giorgio Gori a Bergamo, altro renziano), ed evita anche solo di fare i ‘complimenti’ al Pd. Lorenzo Guerini, leader con Luca Lotti, di Base riformista, è più parco: si limita a dire che «il Pd da solo non basta» mentre Andrea Marcucci che «deve parlare al centro, ai moderati». Insomma, secondo i renziani, per il Pd ci sarebbe poco da gioire e assai da riflettere, ma conta «l’effetto psicologico». IL PD STA SOPRA, e di parecchie lunghezze, all’M5S e ‘Zinga’ non manca di sottolineare che è ora si volta pagina. «Non è un arrivo – dice il segretario in una conferenza stampa –, ma è finalmente una ripartenza. Noi crediamo che il voto di ieri apra una situazione politica nuova in cui il Pd svolgerà un ruolo importante di battaglia politica e costruzione di una alternativa. Il Pd ottiene con il 22,69%, il 4 in più sul 2018. Siamo primi a Roma, Milano, Torino, Firenze, seconda forza a Napoli». «Ci davano per spacciati – aggiunge –, ma gli italiani ci hanno aiutato a voltare pagina e oggi rappresentiamo il pilastro per la costruzione non solo della opposizione, ma della alternativa al ‘governo Salvini’». Le priorità per Zingaretti sono tre. Il primo pilastro della nuova fase è chiamare a raccolta «tutte le forze sociali, civiche, che avvertono il pericolo di un governo di destra. Tocca a noi costruire il programma e un’agenda». «Il secondo asse – continua – è continuare a scommettere sulla ricostruzione del nuovo centrosinistra. La lista unitaria più i Verdi (non cita, curiosamente, + Europa, ndr) ha il 28% dei voti». Infine, il rinnovamento: annuncia che, già prima dell’estate, «si aprirà una fase rifondativa del Pd». I renziani dovranno adeguarsi o, casomai, andarsene.

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