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Data Pubblicazione: 12/08/19
Pubblicato in: Politica
Scritto da: Ettore Maria Colombo
Pubblicato su: LA NAZIONE QN

LE PAROLE di Matteo Renzi («chiederò di parlare e dirò che votare subito è folle. È in gioco l’Italia») hanno lanciato l’idea di un «governo di responsabilità nazionale» per «evitare l’aumento dell’Iva e per far sì che si voti in Aula sul taglio dei parlamentari». Parole che hanno avuto l’effetto di un sasso in uno stagno, nel Pd e fuori dal Pd. Ieri è stata una giornata di contatti telefonici tra esponenti di tutti i partiti – quelli raccolti intorno alla bandiera del non voto – che cercano di evitare elezioni a breve. In attesa della riunione (e del voto) della conferenza dei capigruppo in calendario, oggi, al Senato, tutti parlano con tutti. Dario Franceschini sposa l’idea di Renzi, ma vorrebbe che ad abbracciarla fosse anche Zingaretti – il quale, invece, la nega con forza e in tutte le sedi possibili – e ha pranzato con il presidente della Camera, Roberto Fico. Ma fervono anche i contatti con tutti gli altri partiti, sempre sulla falsariga di quanto detto dallo stesso Renzi («faccio un appello a tutti: 5 Stelle, FI, sinistra radicale, Pd, ecc.»). La speranza è dimostrare a Mattarella, prima che inizino le consultazioni di rito e dopo le dimissioni di Conte, che una base parlamentare per tale governo ci sia.
IERI, l’ex sindaco di Firenze ha passato la giornata al telefono per convincere e persuadere che il governo dei responsabili può nascere. E così, mentre Salvini chiamava il centralino di Arcore per sentirsi rassicurare che gli azzurri non si presteranno a bassi giochi di Palazzo, Renzi e anche la Boschi cercavano la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna: «Berlusconi è finito, salva i tuoi con me». Lo sbocco sarebbe un partito neo-centrista e moderato (Renzi aveva vaticinato che era già «pronto a nascere») che unirebbe pezzi di Pd, FI, centristi.
MA UN PROGETTO simile ha bisogno di tempo e, soprattutto, di una legge elettorale proporzionale per radicarsi ed esordire: il «governo dei responsabili», dunque, è perfetto, all’uopo. La Carfagna, come molti parlamentari azzurri del Sud, ci sta pensando. L’altra faccia della medaglia, ovviamente, è il maremoto che ne nascerebbe dentro il Pd. Sulla linea di Renzi stanno 40 senatori su 51 (ma per il Nazareno sono solo 20) e 70 deputati su 110. Parecchi.
LORENZO Guerini, capofila di Base riformista, sostiene, parlando con un amico, che «anche Zingaretti si convincerà che questa è la sola strada percorribile» e che «il Pd resterà unito». Poi sottolinea le parole di Goffredo Bettini, antico mentore di Zingaretti e storico fautore del dialogo con l’M5s: «Se cade la pregiudiziale verso i 5Stelle e si apre una trattativa si deve mettere in campo un’operazione limpida: concordare un programma di ferro per la rinascita del Paese, scegliere un premier di grande autorevolezza democratica». Ma – aggiunge Bettini – «l’alleanza dovrebbe durare tutta la legislatura perché «o si dà vita a un governo di lungo respiro, con una maggioranza chiara e un programma condiviso, o meglio prendere atto, come Zingaretti, che non ci sono margini per evitare il voto». Ma Zingaretti e i suoi continuano a dire no: «C’è solo il voto». E Carlo Calenda spara alzo zero: «Folle quel che tratteggia Renzi, è un tentativo di prendere qualche mese in più, nel frattempo levare le castagne dal fuoco con un governo tecnico che dovrebbe fare una manovra lacrime e sangue, votandola assieme al Movimento 5 Stelle e a Forza Italia per avere infine Salvini al 60%».

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